Giovedì scorso ho visto Il caimano e ho avuto l'insonnia. La folla festosa di amici dava una disperazione anche più nitida: l'idea che, come dice un personaggio del film, comunque sia Berlusconi ha già vinto da almeno quindici anni. Non poteva non venirmi in mente ciò che fece ‟uscire dagli armadi” quattro anni fa tanti di noi che la politica la facevano solo simbolicamente, Moretti compreso - perché la degenerazione della vita civile toccò in primo luogo la sfera del linguaggio e dell'immaginazione, gli strumenti di chi scrive, sogna, racconta storie. Questi ultimi anni sono stati caratterizzati da una forte pulsione a dire le cose come stanno, con quella vena di passione civile che avrebbe potuto rendere la sinistra di nuovo vincente anche quando non di governo: i girotondi, le manifestazioni dal basso, l'eloquenza anti-retorica (Nanni Moretti a San Giovanni), il forum di Parigi del gennaio 2002 sul declino della democrazia in Italia, che poneva la questione di ‟dove comincia un regime”. Citai una frase di Giorgio Agamben, in realtà del 1994: ‟Se prevalesse il regime liberal-spettacolare di Berlusconi esso instaurerebbe la più soffocante delle dittature mediatiche, in cui la falsificazione sistematica della verità, della lingua e dell'opinione, che ha già largamente corso in Italia, diventerebbe assoluta e senza spiragli, e dove, abolita ogni critica, tutto sarebbe di nuovo letteralmente possibile, perfino nuovi campi di concentramento. Nessuna complicità è possibile (…) Nello stesso tempo siamo consapevoli del fatto che, anche se queste forze fossero sconfitte, sarà ugualmente necessario vigilare sui vincitori, perché il seme della stessa ideologia è presente tra di essi”. Ecco, Il caimano fa il punto sulla berlusconizzazione della società. La descrive senza disprezzo, con severità e tenerezza, indugiando sulle difficoltà del privato - sogni compresi - in un mondo dove la sfera pubblica è disgregata. Se il film parla di Berlusconi, il tema, come un Minima moralia narrativo e pudico, è la vita. Il caimano è un interrogazione sullo statuto delle storie quando la realtà stessa è fuori asse, out of joint come il tempo nelle tragedie di Shakespeare; quando nulla è al suo posto e tutto è simulacro, l'unica sfera pubblica è la pubblicità, e il vero è il falso. Dove la finzione (l'immaginazione) è sì al potere, ma nel più lugubre dei modi, e il capo del governo guida le rivolte contro le istituzioni.
Beppe Sebaste

Beppe Sebaste

Beppe Sebaste (Parma, 1959) è conoscitore di Rousseau e dello spirito elvetico, anche per la sua attività di ricerca nelle università di Ginevra e Losanna. Con Feltrinelli ha pubblicato Café Suisse e altri luoghi di sosta (1992), Niente di tutto questo mi appartiene (1994), Porte senza porta. Incontri con maestri contemporanei (1997; poi ripubblicato in Il libro dei maestri. Porte senza porte rewind, luca sossella, 2011). Tra i suoi ultimi libri, Panchine. Come uscire dal mondo senza uscirne e Oggetti smarriti e altre apparizIoni, entrambi con Laterza. Per Feltrinelli ha curato e tradotto ne "I Classici" Le passeggiate del sognatore solitario di Jean-Jacques Rousseau (2012) e I miei amici di Emmanuel Bove (nuova ed. 2015).

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