Dopo quattro anni di verdetti contrastanti, la battaglia sul velo islamico tra una giovane studentessa di religione musulmana e una scuola del Regno Unito si è conclusa una volta per tutte, con la vittoria di quest’ultima. I Law Lords, la più alta istanza giudiziaria della Gran Bretagna, hanno decretato che una scuola media superiore non ha violato i diritti della ragazza vietandole di indossare in classe il jilbab, l’abito islamico che ricopre le donne dalla testa ai piedi, e che se la studentessa si è rifiutata di partecipare alle lezioni con un altro abito, è affar suo. L’altro abito, è bene specificare, non è la tipica uniforme scolastica femminile con camicetta e gonna a pieghe, e nemmeno un qualunque vestito di stampo occidentale, bensì la shalwar kameez, una divisa specificatamente prevista in molte scuole per le allieve di fede musulmana, consistente in un velo ed una tunica con pantaloni larghi. Una divisa che alla Denbigh High School, la scuola al centro della disputa, dove l’80 per cento degli studenti è musulmano, tutte le altre ragazze indossano senza problemi. La notorietà del caso è dovuta sia alle controversie, cosparse anche di violenze e proteste di massa, che hanno accompagnato processi analoghi in Francia e in altri paesi europei; sia al fatto che l’avvocato difensore di Shabina Begum, la ragazza originaria del Bangladesh che insisteva per portare il completo velo islamico, era una certa Cherie Booth, maritata Blair, ossia la moglie del primo ministro britannico, che è una fra i cento migliori avvocati del regno. La vicenda è cominciata nel settembre 2002, quando Shabina fu rimandata a casa da scuola perché veniva in classe indossando il velo islamico totale. Anziché cedere, lei fece causa alle autorità scolastiche. Perse ma presentò ricorso, arrivando fino alla Corte d’Appello di Londra, dove lo scorso anno, forse anche grazie all’arringa (e all’influenza) di Cherie Blair, le venne data ragione. Ma a questo punto è stata la scuola a ricorrere ai Law Lords, che ieri hanno capovolto la sentenza precedente, dando torto alla studentessa. Con due motivazioni: la scuola ha fatto ‟immensi sforzi per mettere in atto una politica delle divise che rispettasse la fede musulmana”, tanto che il velo con pantaloni larghi era accettato da tutta la scolaresca; inoltre altre scuole nelle vicinanze permettevano il velo islamico totale e dunque Shabina, se avesse voluto, poteva iscriversì là. ‟Il velo parziale lasciava scoperte le braccia e io ritenevo che il velo totale fosse più adatto a una ragazza della mia età”, ha commentato lei. ‟La decisione dei giudici mi delude, ma sono felice di aver potuto difendere la mia posizione e sfidato il sistema”.
Enrico Franceschini

Enrico Franceschini

Enrico Franceschini (Bologna, 1956), giornalista e scrittore, è da più di trent'anni corrispondente dall’estero per “la Repubblica”, per cui ha ricoperto le sedi di New York, Washington, Mosca, Gerusalemme e attualmente Londra. Nel 1994 ha ricevuto il Premio Europa per le sue corrispondenze sul golpe di Mosca. Per Feltrinelli ha pubblicato La donna della Piazza Rossa (1994), Russia. Istruzioni per l’uso (1998), Fuori stagione (2006), Avevo vent’anni. Storia di un collettivo studentesco. 1977-2007 (2007), Voglio l’America (2009), L’uomo della Città Vecchia (2013) e Scoop (2017).

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