‟Dicevo a Forlani: qui casca tutto. Sbuffava: "Esagerato!" Anche Craxi mi diceva così: "Esagerato!" E invece...”. Invece, sospira sbocconcellando distratto del branzino crudo, aveva ragione lui. Gliel’ha riconosciuto anche Francesco Cossiga nella prefazione a Un irregolare nel Palazzo, il suo diario: ‟Vincenzo Scotti fu, grazie anche all’azione informativa della polizia ed all’analisi compiuta da Vincenzo Parisi e dai suoi uomini il primo che comprese che stava per scatenarsi la bufera di ‘Mani pulite’ e che vi era il pericolo che si tentasse, come poi accadde!, un vero e proprio ‘golpe istituzionale’ per via giudiziaria contro la prima Repubblica. Che ne fu infatti travolta”. Accompagnato per decenni dal bollino di ‟enfant prodige”, miracolosamente conservato agli occhi di Cossiga anche adesso che ha 73 anni e qualche indizio di bianco tra i capelli prodigiosamente neri, già ministro dei Beni Culturali, del Lavoro, della Protezione civile, dei rapporti comunitari, degli Interni e infine degli Esteri, Scotti è uno di quelli automaticamente tirati in ballo dal Cavaliere e dalla destra ogni volta che salta fuori il tormentone dell’eredità. Cosa che, come spiega nel suo santino elettorale, assai striminzito rispetto agli anni d’oro in cui riusciva a raccogliere 219mila voti di preferenza (‟Fui terzo in tutta l’Italia: mi superarono solo Andreotti e Berlinguer”) gli fa saltar la mosca al naso: ‟A chi continua a tentare maldestramente di scaricare su un lontano passato le responsabilità del presente va ricordato che De Gasperi, nel giro di sei anni, dal 1947 al 1953, ha cambiato il volto del paese con riforme profonde che hanno fatto di quegli anni il periodo di più alto riformismo che la storia italiana abbia conosciuto. E tutto questo senza mai invocare la scusante dell’eredità ricevuta dal fascismo”. Tie’... Non gli piace, questa stagione politica. Non gli piace questa Seconda Repubblica ‟nata da un equivoco: la grande illusione che nel 1992 fece pensare che la società civile, fosse lì, pronta a fornire un ricambio alla classe dirigente spazzata via dalle inchieste della magistratura appoggiate dalle televisioni di Fininvest. Anche il mio amico Bettino ne era stato convinto, per un po’. Lui pensava di poter stare lì, fermo, a predicare la Grande Riforma e ad aspettare che l’Italia gli cascasse in mano. Aspettava di fare il botto nel 1992. E invece il botto lo fece la Lega”. Non gli piace questa destra, che al di là dei proclami ha portato ‟al netto degli interessi la spesa pubblica nel 2005 al 43,4% contro il 42,3% del 1985” e ‟ha affrontato i problemi con grande ritardo e colpevolezza facendo pagare agli italiani il prezzo della propria incapacità”. Non gli piace questa sinistra che, ‟impegnata nelle proprie diatribe interne, ha sottovalutato per lungo tempo la gravità della situazione e ancor oggi non riesce a produrre proposte alternative convincenti ed efficaci” così che ‟se la destra ha fallito, la sinistra non sembra più affidabile”. Morale? Si andrà allo stallo, scommette. E lui sarà lì, al centro, col suo Terzo Polo. Pronto per la Terza Repubblica: ‟Siamo io, Nino, un po’di gente perbene e preparata. Professori, professionisti, giovani, piccoli movimenti...”. Dove "Nino" è Nino Cristofori, lo storico braccio destro di Giulio Andreotti. Non che si faccia illusioni, con questa legge elettorale. Ma lui c’è. Pronto a darsi una sistematina al ciuffo, sgranchirsi le braccia per reimpossessarsi dell’antico nomignolo di "Tarzan" che in tempi lontani gli fu affibbiato da Carlo Donat Cattin per la straordinaria capacità di saltare da una corrente all’altra e attaccarsi alla prima liana che passa. ‟Si presenti”, gli hanno chiesto a "Nessuno Tv" in un’intervista in diretta. E lui: ‟Sono un anziano signore che non ha nostalgia del passato, ma ha ancora voglia di sfidare il futuro”. Tirato in mezzo a un po’ di inchieste giudiziarie, da quella sul businness della nettezza urbana napoletana a quella sullo stadio San Paolo, dalla ricostruzione dopo il terremoto in Irpinia ai costosissimi lavori fatti a casa sua dai servizi segreti, si vanta di esserne uscito immacolato. Anche per la spalliera di un letto che pareva esser costata 16 milioni. L’aveva giurato per anni, mostrandola a chi gli andava a fare visita nell’appartamento vicino a piazza Cavour: ‟Per mettere i sistemi di sicurezza mi hanno scassato la casa... Mi hanno rovinato una serie di cose e me le hanno ricomprate. La famosa spalliera è una normale, normalissima spalliera di ottone. Sa Dio cosa hanno fatto quelli con i giustificativi dei rimborsi spese”. Adesso gongola: ‟Mi hanno dato ragione e risarcito i danni”. Innamorato di John Fitzgerald Kennedy, della musica classica e del Settecento, fa oggi il docente alla Link Campus University of Malta, gemmata dall’Università statale di Malta: ‟Una cosa seria. Siamo severissimi, viviamo solo con le rette degli studenti, siamo così attrezzati da avere affittato un satellite per mettere insieme, nella stessa "aula", diciamo così, un professore in cattedra a New York e uno studente che vuol sentirlo e vive, per esempio, a Belgrado”. Riacquistata la verginità giudiziaria, pare avere riscoperto il piacere di bacchettare gli altri: ‟C’è qualcuno che ricorda perché venne fatto dimettere da ministro Antonio Bisaglia? Perché un nipote (un nipote) aveva un’agenzia di assicurazioni. Conflitto d’interessi! Dite voi: e non c’è da rimpiangere, quella nostra stagione troppo spesso liquidata frettolosamente?”
Gian Antonio Stella

Gian Antonio Stella

Gian Antonio Stella è inviato ed editorialista del “Corriere della Sera”. Tra i suoi libri Schei, L’Orda, Negri, froci, giudei & co. e i romanzi Il Maestro magro, La bambina, il pugile e il canguro, I misteri di via dell’Amorino. Insieme a Sergio Rizzo ha scritto, per Rizzoli, La Casta, La Deriva, Vandali e Licenziare i  padreterni. Con Feltrinelli ha pubblicato Tribù s.p.a. Foto di gruppo con Cavaliere bis (2005), Bolli, sempre bolli, fortissamente bolli (2014) e Se muore il Sud (con Sergio Rizzo, 2013; Premio Benedetto Croce 2014).

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