L'articolo ha già suscitato grandi polemiche negli Stati Uniti (e ancora di più in Israele), anche se nessuna rivista americana l'ha pubblicato. Si intitola The Israel Lobby and Us Foreign Policy (‟La lobby israeliana e la politica estera degli Stati uniti”), di John Mearsheimer della University of Chicago e Stephen Walt della John F.Kennedy School of Government dell'Università di Harvard. Parte da una domanda: ‟Perché gli Usa hanno messo da parte la propria sicurezza e quella di molti dei loro alleati per promuovere gli interessi di un altro stato?”. La risposta, argomentata in 83 pagine, è la profonda influenza dei gruppi di pressione filo-israeliani negli Usa sulla politica estera americana. L'articolo è sul sito web dell'università di Harvard, tra i ‟working papers”; dopo le prime furibonde reazioni di gruppi filo israeliani l'università ha aggiunto una postilla: ‟Le opinioni espresse impegnano solo gli autori”. Una versione breve è comparsa il 23 marzo sulla London Review of Books (www.lrb.co.uk). L'articolo capovolge l'idea corrente che Israele e Washington sono alleati perché condividono la minaccia del terrorismo: ‟Gli Usa hanno un problema di terrorismo in buona parte perché sono strettamente alleati a Israele, e non il contrario”, sostengono gli autori. E secondo loro, nulla spiega il sostegno americano a Israele - che dal 1976 è il maggiore beneficiario di aiuto economico e militare Usa, con circa 3 miliardi di dollari in assistenza diretta all'anno - se non ‟l'ineguagliato potere della Lobby israeliana”. Con questo termine l'articolo indica l'insieme di gruppi che lavorano per indirizzare la politica estera Usa in senso filo-israeliano (il termine ‟lobby” non ha nulla di negativo in Usa, dove la pressione di ‟gruppi d'interesse ‟ al Congresso è aperta e codificata). Nessun altro gruppo, fanno notare Mearsheimer e Walt, ‟è mai riuscito a trascinare [la politica estera americana] così lontano da ciò che l'interesse nazionale vorrebbe, riuscendo anche a convincere gli americani che gli interessi Usa e quelli di Israele coincidano”. Elencano: l'American Israel Public Affair Committee (Aipac, la seconda più potente lobby al Congresso); la Conferenza dei presidenti delle Organizzazioni ebraiche, il Jewish Institute for National Security Affairs, il Washington Institute for Near Easterns Policy, i Christian Zionists. Questi gruppi si consultano spesso con i dirigenti israeliani e lavorano perché la politica Usa sia funzionale agli obiettivi di Israele, dicono gli autori. Anche se questo poi non è un alleato così fedele: ha consegnato tecnologie ‟sensibili” alla Cina, potenziale nemico degli Usa; ha condotto operazioni di spionaggio contro gli Usa stessi. L'articolo analizza gli strumenti della lobby israeliana: l'influenza nel Congresso, la capacità di premiare con fondi e voti i deputati simpatetici e punire quelli contrari; l'influenza sulla stampa, nelle università. Un'arma ‟tra le più potenti è l'accusa di antisemitismo” a chi critica le politiche israeliane. La Lobby ha spinto l'amministrazione Bush a scaricare Arafat e sostenere la politica di Sharon, sempre la lobby ‟vuole che l'America aiuti Israele a restare la potenza regionale dominante”. La pressione di Israele e della lobby è stata ‟un fattore critico” nell'invasione dell'Iraq nel 2003, motivata non dal petrolio ma dall'idea di dare sicurezza strategica a Israele. Ora sono Israele, e la lobby, che spingono contro la Siria (che pure aveva fornito agli Usa ottima intellicenge su al-Qaeda, notano gli autori) e contro l'Iran. L'influenza della lobby, concludono Mearsheimer e Walt, ha reso impossibile mettere fine al conflitto israelo-palestinese (‟cosa che dà agli estremisti una potente arma di reclutamento”). ‟Grazie alla lobby, gli Usa hanno di fatto permesso l'espansione di Israele nei teritori occupati, rendendosi complice dei crimini contro i palestinesi”. L'unica cosa buona, concludono i due, è che ‟gli effetti avversi [della lobby] sono sempre più difficili da nascondere”.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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