È il frutto per cui, secondo la Bibbia, Adamo ed Eva furono cacciati dal paradiso terrestre. Adesso rischia di mandare all’inferno gli ex-Beatles o i creatori dell’iPod, metaforicamente, s’intende, sebbene spese legali e risarcimenti danni possano bruciare quanto le fiamme di Belzebù. Il pomo della discordia si chiama "apple", mela per l’appunto. Una mela colorata di verde come la Granny Smith, la lucida "Nonnina Smith" che si trova sui banconi dei mercatini di tutta l’Inghilterra, per la Apple Corporation, la casa discografica che detiene i diritti delle canzoni dei "Fabulous Four" di Liverpool, tuttora di proprietà di Paul Mc Cartney, Ringo Starr, Yoko Ono in quanto vedova di John Lennon e degli eredi legali di George Harrison. Una mela color arcobaleno o talvolta bianca, viceversa, per la Apple Computer, la società fondata nel 1976 da due ragazzi prodigio, Steve Jobs e Steve Wozniak, in un garage della California, come vuole la leggenda. La disputa per il diritto ad usare la mela in questione come "logo", ossia marchio, simbolo ed etichetta delle due aziende, è finita ieri davanti all’Alta Corte di Londra, per un processo che promette di attirare attenzione quanto quello - di cui si attende il verdetto da un giorno all’altro - svoltosi presso lo stesso tribunale per il presunto plagio del Codice da Vinci: solo che nel caso del romanzo è in discussione il copyright di un’idea, mentre in questo si tratta del copyright di un disegnino.
Di processi su questa "mela proibita", in realtà, ce ne sono già stati due in passato, vinti entrambi dalla casa discografica degli ex-Beatles. Il primo, nel 1981, condannò la Apple Computer a pagare 80 mila dollari alla Apple Corporation di Paul Mc Cartney e soci, con l’impegno di dedicare le proprie attività ai computer e a non immischiarsi nella musica: la mela dei Beatles era nata prima, argomentò il giudice, la mela di Jobs e Wozniak poteva sembrare un’imitazione, un modo per sfruttare a proprio vantaggio un simbolo di grande successo per lanciare la loro piccola impresa. Si era nella preistoria del computer, il Macintosh della Apple sarebbe arrivato soltanto nel 1984, perciò il risarcimento fu modico. Dieci anni più tardi, nel 1991, secondo processo e seconda sentenza a favore dei Beatles, con simili argomentazioni ma con un risarcimento decisamente più alto, 26 milioni di dollari: perché nel frattempo la Apple Computer era diventata un impero mondiale. In tale occasione, il tribunale stabilì espressamente che la Apple Computer non poteva usare il marchio della mela per vendere ‟dischi e musicassette”, affinché non venisse confuso o sfruttato con la mela dei Beatles.
Da allora sono passati altri quindici anni, e la Apple Computer, grazie all’iPod e all’iTunes, il suo negozio digitale su Internet, vende tre milioni di canzoni al giorno, scaricate dagli appassionati di musica in tutto il mondo direttamente dalla rete. ‟Una chiara violazione dell’accordo del ‘91”, ha dichiarato nella prima udienza del processo all’Alta Corte l’avvocato degli ex - Beatles, sottolineando che ‟la Apple Computer si era impegnata a restare fuori dal business della musica e invece c’è dentro fino al collo”. Obiezione, vostro onore, è balzato in piedi l’avvocato di Steve Jobs: ‟L’accordo del ‘91 parlava di dischi e musicassette, ebbene l’iTunes non vende né gli uni né le altre e l’Ipod non è un giradischi o un mangiacassette, è uno strumento multiuso con innumerevoli funzioni”. Contro replica dell’accusa: ‟Nel ‘91 una tecnologia come quella dell’iPod non era nemmeno lontanamente immaginabile, per cui il verdetto parlava solamente di dischi e musicassette. Ma scaricare oggi un brano musicale a pagamento da Internet è l’equivalente di entrare in un negozio per acquistare un disco o una cassetta quindici anni or sono. Noi non vogliamo vietarglielo, la Apple Computer può vendere musica quanto vuole, a condizione che non utilizzi il logo della mela”.
La Apple Computer, giusto ieri, ha rilasciato una nuova versione del software con un controllo del volume teso ad evitare cause legali da parte dei genitori preoccupati della possibilità che le cuffie danneggino l’udito dei figli.
Non è chiaro se Jobs e gli ex-Beatles compariranno al processo londinese in veste di testimoni. Di certo c’è che l’ardua sentenza spetta a un giudice, Edward Mann, il quale riconosce di avere un duplice conflitto d’interessi: da un lato adora la musica rock e dall’altro possiede un iPod.
‟Ho una certa familiarità con questo apparecchio”, ha ironizzato. Toccherà a lui dipanare una matassa da cui dipendono enormi interessi economici, e tutto a causa di una banalissima mela, a cui nessuno dei due contendenti appare disposto a rinunciare nonostante il rischio di una severa punizione. Ma è difficile resistere alle tentazioni: Adamo ed Eva ne sanno qualcosa.
Enrico Franceschini

Enrico Franceschini

Enrico Franceschini (Bologna, 1956), giornalista e scrittore, è da più di trent'anni corrispondente dall’estero per “la Repubblica”, per cui ha ricoperto le sedi di New York, Washington, Mosca, Gerusalemme e attualmente Londra. Nel 1994 ha ricevuto il Premio Europa per le sue corrispondenze sul golpe di Mosca. Per Feltrinelli ha pubblicato La donna della Piazza Rossa (1994), Russia. Istruzioni per l’uso (1998), Fuori stagione (2006), Avevo vent’anni. Storia di un collettivo studentesco. 1977-2007 (2007), Voglio l’America (2009), L’uomo della Città Vecchia (2013) e Scoop (2017).

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