Nessuno si sorprende più delle notizie che arrivano da Baghdad. Nemmeno le più drammatiche. Tanto da non poter escludere nemmeno una testimonianza come quella pubblicata ieri dal ‟Corriere della sera” sul ‟caso Calipari”. Si sa come avvengono le confessioni in Iraq, un paese senza legge e giustizia, dove il ricatto, le torture, le menzogne e le vendette sono di casa. Questo premesso, la testimonianza di Mustafa Mohamed Salman, terrorista o presunto tale, solleva alcune perplessità e interrogativi, soprattutto a chi dell'uccisione di Calipari è stata purtroppo testimone. Innanzitutto, il ‟pentito” avrebbe fatto parte del gruppo che ha rapito e ucciso Margaret Hassan, l'Esercito islamico dell'Iraq, al quale non apparterrebbero invece i miei rapitori e quelli di Florence Aubenas. Tra gruppi armati, ovviamente, ci possono essere rapporti e connivenze. Lo sceicco Hussein, che io avrei dovuto intervistare secondo il rapporto citato ma che io in effetti avevo già intervistato la mattina del 4 febbraio 2005, avrebbe riferito a Salman di aver ‟contattato gli americani presso un check-point sulla strada per l'aeroporto e di averli informati di un'autobomba diretta verso di loro ‟, fornendo modello e colore della macchina. Lo sceicco come faceva a sapere la strada che avremmo fatto? E, soprattutto, quale check-point ha informato visto che noi sulla strada verso l'aeroporto non ne abbiamo incontrato nessuno e i soldati che ci hanno colpiti facevano parte di una pattuglia mobile appostata in una curva fuori dalla carreggiata? E se non c'era il check-point chi ha informato lo sceicco, forse il comando americano? Allora, esistono linee di comunicazione tra i terroristi e comandi americani? Sembra fantapolitica, se non peggio. Anche se avessero ricevuto questa ‟soffiata ‟ i comandi militari dovevano sapere chi c'era su quella Toyota Corolla argentata, dalla nostra macchina era partita la comunicazione al generale Marioli, ufficiale italiano di collegamento che si trovava con il capitano americano Green. Inoltre, mentre io aspettavo che mi venissero a prendere su un'auto - che mi avevano fatto intuire, quella sì, imbottita di tritolo - un elicottero Usa volteggiava sopra di me, terrorizzandomi, e non penso fosse lì per caso. Infine, in zona di guerra tutti i telefoni cellulari e satellitari sono monitorati. E anche quelli di Nicola Calipari e dell'altro agente del Sismi lo erano. Lo ha confermato Wayne Madsen, ex funzionario della National security agency (Usa) ed ex consulente del progetto di intercettazione Echelon, in una intervista a Rainews24. L'informazione sostiene di averla avuta dai suoi ex colleghi che si trovavano a Baghdad quel 4 marzo 2005. E dovevano saperlo anche Nicola Calipari e Andrea Carpani se hanno tenuto i loro telefoni staccati per tutto il periodo della delicata operazione e li hanno riaccesi solo quando ci stavamo dirigendo all'aeroporto e hanno cominciato ad avvertire della mia liberazione e del nostro percorso. Quindi il comando Usa sapeva e non poteva certo credere alle ‟soffiate ‟. Ma se ‟l'ingenuità” dei comandi americani li avesse portarti ad allertarsi per una ‟soffiata” più o meno anonima, perché hanno aspettato tanto a tirarla fuori per ‟giustificare ‟ l'agguato alla macchina su cui viaggiavamo? Non esiste nessuna precisa traccia di una autobomba ‟annunciata” nemmeno nel rapporto della Commissione militare d'inchiesta americana che si è conclusa con l'assoluzione di Mario Lozano perché ha sparato rispettando le regole d'ingaggio. La guerra è la guerra. Siamo in guerra, dicono i comandi militari Usa. Se gli americani avevano in mano la carta della ‟soffiata” perché non l'hanno usata per archiviare in modo meno scandaloso il caso Calipari? Oppure è stata escogitata solo ora per mettere a tacere chi ancora chiede la verità e non si arrende di fronte ai tentativi di insabbiamento? Se le autorità Usa rispondessero alle rogatorie della magistratura italiana certamente si potrebbe fare un passo avanti nello svelamento della verità. Ma forse nemmeno la polizia irachena - addestrata dagli Usa - permetterà ai magistrati italiani di interrogare il ‟pentito”. Il che non fa che aumentare i dubbi sulle presunte affermazioni dei ‟pentiti” iracheni.
Giuliana Sgrena

Giuliana Sgrena

Giuliana Sgrena, inviata de ‟il manifesto”, negli ultimi anni ha seguito l'evolversi di sanguinosi conflitti, in particolare in Somalia, Palestina, Afghanistan, oltre alla drammatica situazione in Algeria. Negli ultimi due anni ha raccontato la guerra e l'occupazione in Iraq. Nei suoi servizi cerca di indagare la realtà che sta dietro lo scontro armato, la vita quotidiana delle principali vittime delle guerre moderne: donne e bambini. Ha dedicato particolare attenzione all'islamismo e al suo effetto sulla condizione delle donne. Attualmente collabora, tra l'altro, con RaiNews24, con il settimanale tedesco ‟Die Zeit”, con la radio della Svizzera italiana e con riviste di politica internazionale. Libri pubblicati: La schiavitù del velo, voci di donne contro l'integralismo islamico (manifestolibri 1995); Kahina contro i califfi, islamismo e democrazia in Algeria (Datanews 1997); Alla scuola dei taleban (manifestolibri 2002); Il fronte Iraq, diario da una guerra permanente (manifestolibri 2004).

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