La storia infinita continua. Un gruppetto di persone giunte dalla valle del fiume Narmada, in India, si è piazzato davanti al palazzo del Ministero per le risorse idriche, nella capitale indiana New Delhi, e da oltre dieci giorni osserva un dharna, sit-in di protesta. Rifiutano di andarsene, hanno anche cominciato uno sciopero della fame a rotazione. Chiedono che siano fermati i lavori per alzare la diga di Sardar Sarovar, la più grande di molte dighe che sbarrano il fiume Narmada: dicono che sono illegali. La diga, che si trova nel territorio dello stato nordoccidentale del Gujarat ma crea un lago artificiale nei due stati a monte, il Madhya Pradesh e il Maharashtra, oggi è alta 110 metri; ora però la Narmada Control Authority, l'ente di controllo del bacino del fiume, ha autorizzato di alzarla fino a 121,92 metri. Ogni volta che la diga si alza, si allarga di conseguenza l'area sommersa dal bacino artificiale: e poiché le zone sommerse sono disseminate di villaggi e coltivazioni, quei 12 metri in più significano 24.421 famiglie che dovranno sfollare, ovvero oltre 122mila persone (calcolando una media di 5 persone per famiglia), secondo i dati ufficiali. Le terre che coltivano, le case, i dispensari medici di villaggio, i negozi, le scuole, tutto andrà sott'acqua. Gli attivisti del Narmada Bachao Andolan (‟Movimento per salvare il Narmada”) sostengono poi che le future vittime sono di più, perché altre 10mila famiglie sfuggono ai conteggi e censimenti. Dunque 35mila famiglie dovranno andarsene in gran fretta: in giugno sul subcontinente indiano arrivano le piogge monsoniche, i fiumi vanno in piena, e anche il bacino del lago artificiale raggiungerà il livello massimo. Si ripeterà una scena già vista decine di volte, anno dopo anno, man mano che la diga è venuta su tra le polemiche e le proteste: l'ultimo innalzamento era stato due anni fa, quando la diga era passata da 100 a 110 metri e altre 11mila famiglie avevano dovuto fare fagotto. Gli attivisti del Narmada Bachao Andolan dicono che alzare ancora quella diga è illegale perché viola diverse sentenze della Corte suprema indiana, del 2000 e del 2005, che stabiliscono l'obbligo per le autorità di risistemare le persone sfollate offrendogli terra coltivabile e i servizi necessari a risistemarsi; stabiliscono inoltre che tale risistemazione debba essere completata sei mesi prima che i villaggi e le terre in cui vivono originariamente siano sommersi. Invece, dicono gli attivisti del Movimento per salvare il Narmada, è che tutte quelle persone non sono ancora risistemate. Accusano: i governi dei tre stati coinvolti hanno consegnato al governo centrale rapporti secondo cui tutte le famiglie della prossima ‟area di sommersione” sono state risistemate, ma ciò è falso: parte di quelle famiglie sono state spostate su terre sterili e non coltivabili, o già occupate da altre attività, e hanno ricevuto solo la metà del risarcimento loro dovuto. ‟Sgombrarle e costringerle a partire inondando i loro villaggi è un criminale attentato a comunità viventi”, dice un indignatissimo comunicato del Narmada Bachao Andolan con la firma, tra gli altri di Medha Patkar, ormai nota leader della battaglia contro le dighe di Narmada. Citano il caso di un certo villaggio, Gopalpura, con 93 famiglie: tutte hanno diritto a terra per compensare quella persa, ma gli sono stati offerti invece dei soldi; nei rapporti governativi si dice che quelle famiglie hanno comprato terra altrove e si sono risistemate, ma non è così, anche perché hanno ricevuto solo una parte del denaro, non sufficente. Il Movimento accusa: il ‟sottogruppo R&R” resettlement and rehabilitation (‟risistemazione e ripristino”) dell'Autorità del fiume Narmada, non visita la valle dal 2001. Ora gli attivisti promettono battaglia: chiedono una consultazione nazionale sulla ‟politica di risistemazione” degli sfollati per le grandi opere: nella sola valle di Narmada sono centinaia di migliaia.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

Vai alla scheda >>

Torna alle altre news >>