‟Il problema si pone più in relazione al centrosinistra che al centrodestra”, scrive Angelo Panebianco, discutendo del futuro di Israele visto dall'Italia (Corriere della Sera, 28 marzo).
Panebianco mostra nel suo articolo un'ansia che mi sento di condividere: Israele, visto dall’Italia, a volte appare lontana; l'intera grave questione ‟pace nel Medio Oriente” (dove pace vuol dire pace, ovvero due Stati, due popoli, due democrazie e non incoraggiamento o tifoseria dello scontro) sembra sfocata e remota.
L'editorialista del Corriere della Sera, però, ha sempre un tormento in più.
Lo espone ogni volta che affronta un problema, dalle università alle grandi opere, dai diritti civili alle questioni del lavoro. Il suo tormento è che la sinistra non sia all'altezza.
Non parla dell'essere all'altezza delle sfide e dei problemi della Storia, che è sempre un problema per tutti. No, lui teme che la sinistra italiana, che viene dalla lotta al fascismo e alle leggi razziali, quella sinistra in cui Eugenio Colorni e Primo Levi hanno impegnato la vita (e affrontato la morte da ebrei e da antifascisti) teme che quella sinistra, sul problema di Israele, non possa tenere testa ai nuovi alleati fascisti (la parola non è un insulto, è una descrizione gradita agli interessati) che siedono adesso, in campagna elettorale alla destra di Silvio Berlusconi. Sono gli stessi che negano apertamente la Shoah e che - come Alessandra Mussolini - hanno abbandonato Alleanza nazionale (ma sono andati da Berlusconi) quando Fini, da Israele, ha definito il fascismo ‟il male assoluto”.
Panebianco potrebbe dirci che rottami fascisti come quelli italiani ci sono in tutta Europa.
È vero, ma negli altri Paesi o sono fuori legge, come in Austria e in Germania, o nessuna destra li vuole al governo. In Italia invece è festa per loro, non festa del figliol prodigo che ha abbandonato la cattiva strada. No, è festa del fascista che si vanta di essere fascista. E sarà bene ricordare, in questo contesto che il fascismo italiano è stato, accanto e a sostegno del nazismo tedesco, l'altro pilastro del razzismo europeo fondato sullo sterminio.
Scrive giustamente Gad Lerner (La Repubblica, 30 marzo) che lo stesso primo ministro italiano che ispira tanta fiducia a Panebianco, si occupa volentieri di bambini bolliti nelle misteriose elaborazioni del suo mondo immaginario. Ma non ha mai detto una sola parola su bambini veri e italiani sterminati nei forni con l'attiva complicità di quel fascismo a cui adesso si richiamano i suoi nuovi alleati di governo. Ed è il solo premier europeo che non ha mai sentito il bisogno di recarsi una volta ad Auschwitz.
È solo un simbolo, d'accordo, come la legge sul ‟Giorno della Memoria” approvata all'unanimità dalla Camera dei Deputati il 28 marzo 2000, ma non su proposta della destra verso cui Panebianco investe adesso tutta la sua fiducia.
E, alla fine, l'editorialista diffidente degli eredi e testimoni della Costituzione antifascista firmata da Terracini, e dell'antifascismo che ha fatto da argine alla barbarie dello sterminio, chiede di conoscere su questo delicato argomento (difesa del diritto di Israele ad esistere con confini sicuri e riconoscimento dei suoi vicini, diritto dei palestinesi ad avere il loro Stato e lo stesso privilegio di Israele, la democrazia) il pensiero di Romano Prodi.
Ma è facile, professor Panebianco. Dia un'occhiata, solo un'occhiata, sul bancone di un libraio, al testo ‟Ci sarà un 'Italia” che ho scritto insieme con Romano Prodi. Legga, sia pure in fretta e di corsa, ciò che Prodi, rispondendo alle mie domande, ha da dire parlando di Israele, di pace, del diritto dei due popoli, del coraggio di Sharon.
Però, se mi posso permettere, non sarebbe meglio, per un docente, prima leggere e poi scrivere?
Ah, dimenticavo. Poiché ha frequentazioni di biblioteche, le sembrerebbe fuori luogo consultare un mio vecchio libretto dal titolo ‟Per Israele” (1991), e ciò che a proposito di quel libretto, di quell'argomento, e in molti (davvero molti) interventi pubblici, ha avuto da dire, da scrivere, da dichiarare, da confermare Piero Fassino, che forse, sulla questione, ha un certo peso essendo segretario dei Ds, ovvero il maggior partito del centrosinistra che si candida a governare?
Non è un gioco un po’ ingiusto far finta che in Italia ci sia una sola voce post-fascista, nessun ritorno (che invece c'è) dei nostalgici dello sterminio, e immaginare un desolato deserto a sinistra, dunque in quel vasto territorio di resistenza in cui i ‟comunisti” evocati da Berlusconi e gli ebrei sono morti insieme?
Non le sembra (userò un’espressione mite) una forzatura della Storia?
Furio Colombo

Furio Colombo

Furio Colombo (19319, giornalista e autore di molti libri sulla vita americana, ha insegnato alla Columbia University, fino alla sua elezione in Parlamento nell’aprile del 1996. Oltre che negli Stati Uniti, ha viaggiato a lungo in Asia e in America Latina. Ha scritto per molti giornali, da ‟Il Mondo” a ‟La Stampa”, a ‟The New York Review of Books” e ha realizzato decine di documentari e servizi giornalistici per la Rai. Ha diretto l’Istituto italiano di cultura di New York dal 1991 al 1994 e inoltre ‟L’Unità” fino all’inizio del 2005. È stato più volte deputato. Tra i suoi numerosi libri: America e libertà. Da Alexis de Tocqueville a George W. Bush (Baldini Castoldi Dalai, 2005), L America di Kennedy (Baldini Castoldi Dalai 2004), Manuale di giornalismo internazionale. Ultime notizie sul giornalismo (Laterza, 1999), insieme a Romano Prodi, Ci sarà unItalia. Dialogo sulle elezioni più importanti per la democrazia italiana (2006), La paga. Il destino del lavoro e altri destini (2009), Marco Alloni dialoga con Furio Colombo. Il diritto di non tacere (2011) e Contro la Lega (2012). Con Feltrinelli ha pubblicato La città profonda. Saggi immaginari su New York (1994).

Vai alla scheda >>

Torna alle altre news >>