Se risultava inquietante l'insediamento a Roma dell'ambasciatore colombiano Luis Camilo Osorio (sulla cui inclinazione a favore di paramilitari e militari loro amici, quando dirigeva la magistratura inquirente, si sprecano i dossier e le denunce), appare ancora più minacciosa la nomina del console a Milano, Jorge Noguera, dopo lo scandalo fatto emergere in questi giorni sui principali giornali colombiani. Nell'editoriale della direzione del quotidiano ‟El Tiempo” del 3 aprile scorso, intitolato significativamente ‟Andare fino in fondo”, si scrive che Noguera, direttore fino all'ottobre scorso del Dipartimento amministrativo di sicurezza, Das (la polizia segreta alle dipendenze del presidente della repubblica) avrebbe collaborato con i capi paramilitari Hernán Giraldo e Jorge 40, padroni assoluti della costa atlantica occidentale. Aiutandoli a fare incetta di finanziamenti statali (e assicurando loro una tangente del 10% su qualunque contratto pubblico) e collaborando alla realizzazione di un colossale e determinate broglio elettorale di trecentomila voti a favore di Uribe nelle presidenziali del 2002.
Ma c'è di più. Noguera avrebbe passato a Jorge 40 una lista di ventiquattro tra oppositori politici, sindacalisti e studenti da eliminare. Tutti incarichi portati a termine. La vittima più famosa di questa mattanza è stato il sociologo Alfredo Correa de Andreis, ex rettore dell'università di Barranquilla, ammazzato da due sicari in moto pochi giorni dopo essere uscito dal carcere, dove era stato spedito con l'accusa, mai provata, di collaborare con le Farc. Il principale accusatore di Noguera è Rafael García, che dirigeva la sezione informatica del Das prima di finire in galera per avere cancellato i fascicoli di sette narcos in attesa di essere estradati negli Usa. Sentendosi abbandonato, nel dicembre scorso, García decise di raccontare le malefatte del suo capo ai giudici. ‟Non è credibile, è un delinquente. Sarebbe capace di vendere la madre pur di salvarsi” si difende adesso, dal consolato di Milano, Jorge Noguera, dimenticando che fu proprio lui a affidare quell'incarico al suo vecchio amico García. Mentre ‟El Tiempo” sostiene che la contaminazione paramilitare della più importante polizia colombiana fosse sulla bocca di tutti da tempo, i due principali settimanali del paese, Semana e Cambio, occupano una decina di pagine per raccontare quello che definiscono ‟uno dei più aberranti casi d'infiltrazione delle organizzazioni criminali nello stato”. Le reazioni allo scandalo sono molteplici. L'ex direttore del Das, Ramiro Bejarano Guzmán, sostiene che ‟si doveva immaginare una deriva del genere con un presidente come Uribe” e prevede, come una funerea Cassandra, che ‟questo è solo il prologo di molti giorni d'angoscia e dolore che si avvicinano. Farà giorno e speriamo di poterlo vedere”.
Mentre da alcune parti si chiede di ‟disarmare” la polizia presidenziale, come fosse un gruppo criminale, Semana ricorda che anche il successore di Noguera a capo del Das, l'ex viceministro della difesa, Andrés Peñate, fu costretto alcuni mesi fa a giustificare le relazioni della sua famiglia con il capo paramilitare Jorge 40. Se è ormai chiaro che in Colombia, come sostiene l'editorialista di ‟El Tiempo”, Maria Jimena Duzán, ‟si sta consolidando uno stato mafioso con enormi ramificazioni col potere politico”, è sacrosanto chiedersi che ruolo giochi l'Italia per accogliere una simile rappresentanza diplomatica. Conteranno più le affinità elettive del governo di Bogotà con il ministro degli esteri Fini, o i vincoli di sangue, (e di cocaina) tra la 'ndrangheta calabrese e i paramilitari delle Auc, con la regia dal loro leader, l'italo-colombiano Salvatore Mancuso?
Guido Piccoli

Guido Piccoli

Guido Piccoli, giornalista e sceneggiatore, ha vissuto a Bogotá gli anni più caldi della "guerra ai narcos". Sulla Colombia ha scritto la biografia di Escobar, Pablo e gli altri (Ega edizioni 1994) e la guida della Clup (1996).

Vai alla scheda >>

Torna alle altre news >>