‟Pensavamo che Berlusconi fosse un danno per l’Italia cinque anni fa prima che fosse eletto, e cinque anni più tardi pensiamo che sia ancora più dannoso per il vostro paese”. John Micklethwait è da un paio di settimane alla guida del più autorevole settimanale d’Europa, l’Economist. Nella sua prima intervista a un quotidiano italiano, in cui ci ha parlato affiancato da John Peet, l’autore del dossier sull’Italia di qualche mese fa, dimostra ampiamente di condividere il giudizio sul premier del suo predecessore Bill Emmot. La copertina di questa settimana è molto chiara: un gigantesco "basta" sul volto di Berlusconi. Perché? Qual è il messaggio? ‟Il messaggio è molto semplice. Noi non appoggiamo la rielezione di Berlusconi perché i dubbi che avevamo su di lui quando fu eletto cinque anni or sono si sono rivelati più che giustificati. Avevamo sempre pensato che il suo conflitto di interessi e i suoi numerosi problemi legali lo squalificassero dalla posizione di premier. Inoltre Berlusconi ha fallito nella promessa di portare riforme economiche di cui l’Italia aveva grande bisogno”. Berlusconi dirà che lei è ancora più comunista del suo predecessore, Bill "Lenin" Emmott, come il nostro presidente del Consiglio talvolta lo ha soprannominato. ‟Nessuno mi ha mai chiamato comunista, e non penso certamente di esserlo, ma se Berlusconi ha questa impressione di me, sarò lieto di sentirglielo dire”. Lo sa che Forza Italia chiama il vostro giornale, invece che The Economist, E-comunist? ‟Se ci chiama così, è la prova di quanto poco ci conosce e ci legge. La sua politica sociale è decisamente più socialista di quello che predica da sempre questo giornale”. Il vostro "basta" nei confronti di Berlusconi è una dichiarazione di sostegno, è un invito a votare, per Romano Prodi? ‟Noi pensiamo che l’Italia, dopo cinque anni fallimentari di governo Berlusconi, abbia bisogno di un cambiamento. Questo cambiamento è rappresentato potenzialmente da Prodi e dalla sua coalizione. Abbiamo dei dubbi sulla sua possibilità di mantenere gli impegni che ha preso, soprattutto a causa delle tensioni all’interno della sua coalizione con partner come Bertinotti”. Lo considerate dunque il minore dei due mali? ‟Non esattamente. Noi vorremmo che Prodi dimostrasse di essere in grado di mantenere tutto ciò che ha promesso. La maggior parte delle cose che ha detto in campagna elettorale sono logiche e sensibili. Ha portato la sua coalizione su posizioni più liberali, si rende conto che l’Italia ha dei problemi e che ha bisogno di cambiare, a differenza di Berlusconi secondo il quale va tutto benissimo”. Che cosa accadrebbe secondo lei se Berlusconi vincesse invece le elezioni? ‟Gli invieremmo le nostre congratulazioni. In una democrazia, chi vince governa”. I partiti della coalizione di centrosinistra parlano da qualche tempo di unificare le loro forze e di formare un Partito democratico, come il partito progressista negli Usa. Ritiene che sarebbe uno sviluppo positivo per la democrazia italiana? ‟Penso che l’idea di avere due blocchi, nettamente distinti, uno di centrodestra e moderato e uno di centrosinistra e più riformista, sia buona per qualsiasi democrazia. Naturalmente l’importante è intendersi sul programma che si vuole realizzare, perché non basterebbe mettere un’etichetta di unità su una coalizione: un nuovo partito può funzionare con un dibattito interno ma con un obiettivo comune”. Anche il centrodestra parla di formare un nuovo partito. Ma cosa accadrebbe del dopo-Berlusconi se Berlusconi rimasse alla guida del centrodestra? ‟Noi abbiamo suggerito da tempo che l’Italia dovrebbe approvare una legge più chiara e più radicale sul conflitto di interessi. Una volta approvata questa legge Berlusconi non potrebbe aspirare al posto di primo ministro. Ma ciò non significa che verrebbe escluso automaticamente dalla vita politica, anche se pensiamo che sarebbe meglio per il centrodestra avere un nuovo leader dopo una sconfitta”. Berlusconi ha cambiato all’ultimo momento la legge elettorale, tornando al sistema proporzionale. Crede che sarebbe utile ritornare al maggioritario? ‟Proprio per quello che ho detto in precedenza sull’esigenza di avere due blocchi contrapposti, sarebbe più utile tornare a un sistema maggioritario”. La storia di Berlusconi è il segnale di una pericolosa tendenza al populismo, armato con un’immensa quantità di denaro e di media? ‟Ci sono stati casi simili, come per esempio quello di Ross Perot, negli Stati Uniti, e del primo ministro tailandese, che è stato costretto a dimettersi propri in questi giorni. Ma un caso come quello del primo ministro italiano è quasi senza uguali nel mondo sia per l’importanza di un paese come l’Italia, sia perché fa parte della Ue, sia per la ricchezza e per il potere mediatico che Berlusconi riveste”. Le piace l’Italia, ha visitato il nostro paese, che cosa ne pensa? ‟Amo l’Italia, avrei voluto andarci in vacanza anche recentemente ma la mia nomina a direttore me lo ha impedito. Ho sempre pensato che ci sia un forte legame tra il nostro paese e il vostro, e anche una grande simpatia e interesse reciproco”. Molti lettori italiani hanno ritenuto che le vostre copertine sul nostro paese, e in particolare il dossier di qualche mese or sono intitolato "Addio Dolce Vita", fosse un segnale di antipatia verso l’Italia, un giudizio dall’alto, sprezzante. ‟Non era assolutamente un dossier contro l’Italia. La ragione per cui abbiamo scritto queste cose e parlato di un declino italiano è proprio perché riteniamo che il vostro sia un paese molto importante e capace di dare un contribuito significativo allo sviluppo dell’Europa. Purtroppo negli ultimi cinque o sei anni è entrato in una crisi sempre più grave, e noi vorremmo che ne uscisse. Abbiamo criticato l’Italia soltanto perché l’amiamo”.
Enrico Franceschini

Enrico Franceschini

Enrico Franceschini (Bologna, 1956), giornalista e scrittore, è da più di trent'anni corrispondente dall’estero per “la Repubblica”, per cui ha ricoperto le sedi di New York, Washington, Mosca, Gerusalemme e attualmente Londra. Nel 1994 ha ricevuto il Premio Europa per le sue corrispondenze sul golpe di Mosca. Per Feltrinelli ha pubblicato La donna della Piazza Rossa (1994), Russia. Istruzioni per l’uso (1998), Fuori stagione (2006), Avevo vent’anni. Storia di un collettivo studentesco. 1977-2007 (2007), Voglio l’America (2009), L’uomo della Città Vecchia (2013) e Scoop (2017).

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