Oddio, la Florida! Alle tre di notte, sull'Italia in piedi davanti alla tv e in piazza Santi Apostoli, dove Prodi sta finalmente annunciando al popolo ulivista dopo 12 ore di attesa che la tormentatissima vittoria alla Camera (‟Han fatto la legge elettorale per fregarci, ma abbiamo vinto lo stesso”) ‟sul filo di lana ma è arrivata”, si profila un'ombra. Quella che l'Unione senza maggioranza al Senato, al di là dello stremato sollievo di Fassino (‟Il centrosinistra ha vinto, governerà e cercherà di unire il Paese”), si ritrovi una spina nel costato: accetterà la destra quel verdetto risicato senza scatenare una battaglia come i democratici dopo la prima vittoria di George W. Bush? Le prime risposte ci sono già: no.
Mai vista, una giornata così. Segnata da colpi di scena e ribaltoni di seggi e moccoli contro i sondaggisti travolti da risultati impossibili e sepolti dai lazzi su cui svetta Marco Rizzo: ‟E meno male che non guidano aerei e non operano al cervello...”.
Appesa fin dentro la notte ai quattro senatori della Campania tenuti per un pelo dalla sinistra, ai calcoli sbagliati sull'Emilia rossa che cede un seggio alla destra, a poche migliaia di voti destinati a spostare l'unico vero grande tesoro in palio: il premio di maggioranza alla Camera. E le ore che non passano mai. E i collegamenti col Viminale: ‟Ma come, ancora niente?” E la resa del povero Fabrizio Masia, che dice che con quei dati è del tutto inutile fare proiezioni e Emilio Fede che gli fa: ‟Di che segno è?” ‟Bilancia”. ‟Doveva saperlo che oggi non era giorno buono per i conti”. E il Viminale che macina: ‟Alla Camera Unione 49,8 e Cdl 49,7”. E Vespa: ‟Un decimo di punto! Un decimo di punto!”. Nel caos totale, alle otto e mezzo di sera c'era già chi s'affidava al fiuto delle vecchie volpi: si sarebbe spogliato o no, Ferrara? Oddio, la promessa di uno striptease per festeggiare la vittoria l'aveva fatta prima Anke Vandermeersch, candidata alle europee dopo esser stata Miss Belgio. Altre curve. Ma se Giulianone l'avesse indovinata? Macché: via solo la cravatta. Mentre la piazza ulivista inveiva: ‟Mai più exit polls! Mai più!”.
E il moccolo rimbalzava lì, in televisione. Sui canali che, passandosi l'un l'altro la palla, erano teatro di uno show unico, spiritato, irripetibile. Come se l'intera storia di un Paese segnato per anni dalle vicende di un uomo che sulla tv ha costruito le sue fortune fino a dire ‟io, uomo delle tv, sono per essenza l'uomo della democrazia”, non potesse che vivere il grande dramma collettivo lì, dentro il piccolo schermo. Sotto gli occhi di milioni di spettatori increduli. Ed è così fin dall'inizio, quando del Reality si impossessa per primo Emilio Fede. Che zampetta qua e là e si gratta e strabuzza gli occhi e ai primi dati, che vedono l'Unione dilagare come il Mississippi, ricorda le famose bandierine di certe regionali e ammonito dalla lezione sospira: ‟Eh, la forbice... Larga, la forbice... Ci tagli un vestito, con questa forbice...”. E chi se l'immagina che tanti si morderanno la lingua, per certi commenti? ‟È una giornata bellissima”, dice Gavino Angius, ‟Se i dati sono questi è un giudizio senza appello contro Berlusconi”. ‟Possiamo cominciare a dire che abbiamo vinto”, tuona Franco leghista Matteo Salvini, che si è vestito con la felpa ‟Lombardia” e si è spettinato con cura come se fosse lui pure uno degli ospiti di Alessia Marcuzzi, pare attaccarsi solo alla matematica dicendo che ‟da milanista so che puoi anche vincere tre a zero e sentirti già la coppa tra le mani e poi perdere tutto”. Ma sembra davvero una sparata così, scaramantica. E quando Carlo Giovanardi se n'esce impavido parlando di ‟risultato straordinario per la Cdl”, sorridono tutti di commiserazione: ma dai! E invece ha ragione lui e lo capisci quando una delle inviate legge a Fede, sorpresa sorpresa, la notizia che al Senato le cose forse si ribaltano. E l'Emilio prende a gigioneggiare: ‟Ahi ahi ahi... Ma no, no, dillo tu... Lo devo dire io? Ma no, cara, dillo tu. Dicevo "ahi ahi" perché un tecnico è passato e mi ha pestato un piede”.
E mano a mano che l'Italia di sinistra sprofonda, quella di destra torna a galla e dopo aver messo fuori la testa riprende colore e sorride (‟la sinistra ha vinto gli exit poll”, ironizza Teodoro Buontempo) e già s'immagina il Cavalier trionfante che chiede a Giulianone (è un contratto con gli italiani, perbacco!) di far lo spogliarello promesso. Non fosse che all'ultimo momento, all'ultima diretta da Nexus arrivano nuove ammissioni di impotenza (flash sei ore dopo la chiusura dei seggi: ‟Grandissima incertezza alla Camera, necessaria prudenza al Senato”) che rimettono tutto in discussione. Come fai ad andare a letto, col dubbio di perderti il golden gol ai supplementari?
Gian Antonio Stella

Gian Antonio Stella

Gian Antonio Stella è inviato ed editorialista del “Corriere della Sera”. Tra i suoi libri Schei, L’Orda, Negri, froci, giudei & co. e i romanzi Il Maestro magro, La bambina, il pugile e il canguro, I misteri di via dell’Amorino. Insieme a Sergio Rizzo ha scritto, per Rizzoli, La Casta, La Deriva, Vandali e Licenziare i  padreterni. Con Feltrinelli ha pubblicato Tribù s.p.a. Foto di gruppo con Cavaliere bis (2005), Bolli, sempre bolli, fortissamente bolli (2014) e Se muore il Sud (con Sergio Rizzo, 2013; Premio Benedetto Croce 2014).

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