Se vogliamo trovare, in Italia, il caso di uno scrittore che, come Philip Roth (se è vero che Everyman è il suo romanzo migliore), scrisse il suo capolavoro in età avanzata, si può tranquillamente ricorrere a Italo Svevo che terminò La coscienza di Zeno quando aveva superato i sessanta. Ma c’è una costante che autorizza a pensare che il record della presenilità come età più fruttuosa sul piano creativo spetta ai siciliani. Tomasi di Lampedusa aveva già sessant’anni quando scrisse Il Gattopardo, di cui non poté vedere la pubblicazione. È vero che Stefano D’Arrigo cominciò a lavorare al suo colossale Horcynus Orca attorno al ‘55, ma se lo porterà dietro fino al ‘74 (quando aveva 55 anni) prima di darlo alle stampe. Anche Gesualdo Bufalino maturò il suo libro migliore (il primo), Diceria dell’untore, per circa un ventennio e lo pubblicò solo nell’81, sessantunenne. Per non dire di Andrea Camilleri che fece esordire il suo commissario Montalbano solo nel ‘94 (La forma dell’acqua), quand’era già sulla soglia dei settanta. Insomma, gli esempi di scrittori capaci di confezionare il capolavoro in età più che matura sono diversi anche da noi. A chi voglia considerare il Pasticciaccio superiore alla Cognizione bisognerà ricordare che Gadda aveva già oltrepassato i 64 anni quando il suo Ingravallo vide la luce in volume da Garzanti. E se per qualcuno La storia è il romanzo migliore della Morante, dovremo inserire anche quest’ultima tra gli scrittori per così dire tardivi. Non sarebbe un’eccezione. Pur considerando Giuseppe Pontiggia autore di notevole pregio sin dagli esordi, non si potrà negare che con l’ultimo romanzo, Nati due volte, lo scrittore comasco, sessantaseienne, raggiunge la sua vetta, purtroppo destinata a restare tale anche per la sua morte precoce. Del resto a quasi ottant’anni, Anna Maria Ortese scrisse quello che alcuni considerano il suo capolavoro (ma sarà così?), Il cardillo addolorato. Infine, se c’è chi, come Moravia, ha dato il meglio di sé in età giovanile, non mancano altri che sono tornati dopo decenni sugli standard degli esordi, come Primo Levi con I sommersi e i salvati.
Paolo Di Stefano

Paolo Di Stefano

Paolo Di Stefano, nato ad Avola (Siracusa) nel 1956, giornalista e scrittore, già responsabile della pagina culturale del “Corriere della Sera”, dove attualmente è inviato speciale, ha lavorato anche per “la Repubblica” e per la casa editrice Einaudi come editor. Ha insegnato Cultura giornalistica alla facoltà di Lettere dell’Università Statale di Milano. Tra le sue opere ricordiamo: la raccolta di poesie Minuti contati (Scheiwiller, 1990), l’intervista con Giulio Einaudi, Tutti i nostri mercoledì (Casagrande, 2001), il romanzo Nel cuore che ti cerca (Rizzoli, 2008), La catastròfa (Sellerio, 2011, premio Volponi), sulla tragedia di Marcinelle; Giallo d'Avola (Sellerio, 2013), Ogni altra vita (il Saggiatore, 2015), I pesci devono nuotare (Rizzoli, 2016), La parrucchiera di Pizzuto (con il nome di Nino Motta, Bompiani, 2017), Respirano i muri (con il fotografo Massimo Siragusa, Contrasto 2018) e il romanzo per ragazzi Sekù non ha paura (Solferino, 2018). Con Feltrinelli ha pubblicato i romanzi Baci da non ripetere (1994, premio Comisso per la narrativa), Azzurro, troppo azzurro (1996), Tutti contenti (2003, premi super Flaiano, super Vittorini, Chianti, finalista premio Città di Bari), Aiutami tu (2005, premio Mondello 2006), e il reportage La famiglia in bilico (2001), oltre a l’introduzione a La mite (1997) di Dostoevskij per i “Classici”.

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