Tutto avrebbe immaginato Clemente Mastella, tranne che un giorno avrebbe scazzottato con Radio Maria. Al punto di protestare con Camillo Ruini: ma come, uno scherzo come questo alla vigilia del voto? Amatissimo figliolo, gli ha risposto il presidente della Cei, la Chiesa aveva raccomandato di ‟non prendere posizioni di schieramento o di partito, pronunciandosi nell’una o nell’altra direzione”. Ma come poteva lui intervenire sul divino palinsesto? Capiamoci: non è che il leader dell’Udeur sia stato dipinto proprio come un demonio. Sennò, ciao. Quando parla di satana, del quale scrive usando sempre le minuscole (lucifero, diavolo, belzebù, maligno...) in segno di disprezzo, don Livio Fanzaga, direttore dell’emittente mariana, ne parla infatti con accenti medievali come di una bestia immonda e descrive draghi vomitanti veleni e dipinge l’inferno, come fece un giorno davanti al taccuino di Stefano Lorenzetto, con le parole di Vicka Ivankovic, una dei veggenti di Medjugorje. La quale, dice, ‟c’è stata nel 1982, ha visto un grande fuoco coi dannati che prima di entrarvi erano persone normali. Ma ne uscivano trasformati in bestie orribili, con le corna” e ‟urlavano e bestemmiavano”. Clemente no, per carità: non c’entra con gli incubi di Radio Maria, che su certe cose è così apocalittica da essere stata bacchettata dal vescovo di Vittorio Veneto Giuseppe Zenti, autore d’una lettera aperta in cui rimproverava alle onde mariane d’essere infarcite di diavoli, esorcismi e fatture (che ‟mettono scompiglio e gettano sospetti persino su familiari e sposi”) e di diffondere un’idea terrorizzante del Padre Nostro nel dire che ‟per fortuna c’è Maria, che tiene sorrette le braccia della misericordia di Dio, impedendogli di scatenare la sua ira sull’umanità peccatrice”. Il capo del ‟Campanile” è un incubo minore. Fatto sta che alla vigilia delle elezioni, la radio aveva spiegato, grossomodo, che era inutile votare per Mastella, tanto non conta niente. Mettetevi al posto di Clemente: che avreste fatto se la radio privata prima in Italia per numero di ripetitori (850 contro i 350 delle concorrenti più grosse: ‟la senti inesorabilmente ovunque”, ride Beppe Grillo), prima per numero di contatti (due milioni al giorno) e prima per numero di ascoltatori cattolici vi avesse sparato? Fuori dalla grazia di Dio (precisazione ad usum Mariae: è un modo di dire), il leader sannita ha scritto a don Livio: ‟Reverendo Padre, sono rimasto molto sorpreso per un Suo intervento sul come dovrebbero votare, o non votare, i cattolici alle prossime elezioni politiche”. E zac, una rasoiata: ‟Sorpreso perché a parlare non era il laico Berlusconi - con un vissuto privato non certo in coerenza con quei valori cristiani che strumentalmente agita per acquisire consenso - ma un sacerdote che, come scrive anche, e autorevolmente, il Nunzio Apostolico in Polonia, ‟confonde la sua missione pastorale con quella politica”. Tié. Di più: ‟Senza voler scomodare la Cei che non prevede opzioni di campo per i cattolici, mi permetto di osservare che valori come quelli della vita e della famiglia non sono ascrivibili a una parte o un’altra di un determinato schieramento ma sono trasversali e vanno difesi innanzitutto con l’esempio e la testimonianza nella vita quotidiana”. Traduzione: sono l’unico a non essere divorziato! ‟Sinceramente non mi pare che i leader della Casa delle Libertà, a quanto sembra emergere a lei graditi, possano essere in questo campo, quello appunto dei valori, testimoni credibili”. Conclusione: è così che date una mano a chi regge a sinistra le care bandiere? Nessuna risposta. ‟Ho provato pure a telefonargli sul cellulare. Zero”, spiega Mastella. Che a quel punto, ‟fortemente amareggiato per l’intervento di Radio Maria non solo a favore di un voto per la Casa delle Libertà” ma contro di lui, ha scritto a Ruini. Il quale, per quanto se ne sa, gli ha risposto subito dicendo che non ne sapeva niente ma certo lui aveva raccomandato a tutti, spesso inascoltato, di non schierarsi. La guerra col fondatore dell’Udeur, che tiene sul comodino la foto del giorno in cui serviva da chierichetto mentre la futura moglie Sandra faceva la prima comunione, non ha però sorpreso chi segue l’emittente. Marco Invernizzi, responsabile lombardo di Alleanza Cattolica e voce di Radio Maria, arrivò a dire un anno fa: ‟Chi potrebbe essere il Bush italiano? Non c’è uno come lui, un vero uomo di fede, uno che va in chiesa ogni giorno... Forse ci vorrebbe un mix tra Berlusconi, Fini e Bossi... Anzi no. C’è e si chiama Giuliano Ferrara. È l’unico che ha capito certe cose e si sta battendo per la difesa di valori autenticamente cristiani”. A parte i collaboratori schierati come don Gianni Baget Bozzo (apostolo del Nazareno ma anche del Messia Azzurro), don Primo Soldi (prete ciellino dedito a cantare le opere di Don Giussani) o Padre Gabriele Amorth, che Marco Politi ne ‟La voce e la visione” definisce ‟il più celebre domatore di diavoli d’Italia”, è stato proprio don Livio, specie nel suo bellicoso programma ‟Combattimento spirituale”, a mazzolare in questi anni un po’ tutti. A D’Alema mandò a dire che avrebbe fatto bene ad ascoltare la sua radio, ‟al mattino, mentre si cura i baffetti”. Alla Bonino dedicò una poesiola: ‟Non c’è seggiolino cui non ambisca la Bonino”. Di Montanelli, reo di esser diventato antiberlusconiano, disse che era ‟cerchiobottista”. Su Ronchey e Merlo sbuffò che non sopportava il loro ‟laicismo superato, ottocentesco”. Mai però si era sentito investito del ruolo appartenuto nel ‘48 a padre Lombardi, il ‟microfono di Dio” che voleva cambiare la società ‟da selvatica in umana, da umana in divina”, come stavolta. Al punto di dichiarare al ‟Giornale”, poco prima del voto di domenica, che vedeva ‟una maggiore attenzione e una maggiore disponibilità nel centrodestra” verso i temi che gli stanno a cuore e che al contrario ‟esiste nell’Unione una maggioranza contraria alla linea indicata dalla Chiesa”. La chicca, però, è stata la messa trasmessa in diretta una mattina dal palermitano Palazzo d’Orleans. Con due omelie: una del celebrante e l’altra, sulla Bedda Matri, di don Totò Cuffaro.
Gian Antonio Stella

Gian Antonio Stella

Gian Antonio Stella è inviato ed editorialista del “Corriere della Sera”. Tra i suoi libri Schei, L’Orda, Negri, froci, giudei & co. e i romanzi Il Maestro magro, La bambina, il pugile e il canguro, I misteri di via dell’Amorino. Insieme a Sergio Rizzo ha scritto, per Rizzoli, La Casta, La Deriva, Vandali e Licenziare i  padreterni. Con Feltrinelli ha pubblicato Tribù s.p.a. Foto di gruppo con Cavaliere bis (2005), Bolli, sempre bolli, fortissamente bolli (2014) e Se muore il Sud (con Sergio Rizzo, 2013; Premio Benedetto Croce 2014).

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