Non si conobbero mai, Samuel Beckett e Adolf Eichmann, questi due uomini nati nel 1906 ad un mese di distanza l’uno dall’altro. Non si conobbero mai l’autore di Aspettando Godot e l’autore di Auschwitz, anche se le loro strade si sarebbero potute incrociare più di una volta. Forse quando l’Obersturmbannfuehrer delle SS Eichmann visitò Parigi nel luglio del 1942 e ordinò che migliaia di ebrei fossero rastrellati e confinati al Velodromo d’Inverno, esattamente quando Beckett lavorava già per la resistenza francese, sì, i loro sguardi si sarebbero benissimo potuti incrociare in una strada della capitale francese. Eichmann alla guida della sua auto nera e Beckett a piedi, Eichmann intento a preparare i campi di concentramento nei quali Beckett sarebbe finito se fosse stato arrestato, Beckett intento a tentare di evitare quel destino di cui peraltro già anticipava la probabilità.
Non credo si sia mai verificato quel fuggevole momento in cui gli occhi dell’uno e gli occhi dell’altro entrarono in una transitoria conversazione e, non di meno, in un senso più profondo, ovviamente si incontrarono, questi antagonistici gemelli del ventesimo secolo. Tutta l’opera di Beckett può essere considerata un tentativo di affrontare l’incubo che Eichmann stava preparando, la morte di Dio e della speranza che Eichmann progettava ed eseguiva meticolosamente. Può esservi poesia dopo Auschwitz? Se lo chiese una volta appropriatamente Theodoro Adorno e fra tutti gli scrittori moderni che si misurarono con quell’interrogativo, Becket è probabilmente quello che più si è avvicinato a una risposta: non posso andare avanti. Debbo andare avanti.
Eccoli lì i suoi personaggi, che vagano nello squallido paesaggio del nostro mondo post-traumatico, senza tetto su un pianeta dove nulla cresce, rifugiati nei cestini dei rifiuti, storpi che percorrono i campi alla ricerca di una consolazione che mai arriva, e sì, quella donna sepolta nella sabbia fino al collo. Eccoli lì, appena capaci di parlare, che cercano di dare voce al vuoto che si avvicina, faccia a faccia con l’apocalisse, e non di meno posseduti da una qualche forma definitiva di tenerezza, da un qualche bisogno di una mano caritatevole nel buio, da una qualche speranza che se pure siamo inconoscibile polvere, quanto meno quella polvere non è priva di amore. Un raggio d’amore e la velata promessa di un mondo pulito tra le macerie, persino nell’epoca del terrore che ha prodotto Hiroshima e Buchenwald.
Non posso andare avanti, debbo andare avanti.
Un secolo dopo la domanda è se i cento anni che verranno produrranno un altro Eichmann e quindi la necessità di un altro Beckett per rispondere al filo spinato di ancor più perfetti campi di concentramento, la necessità che qualcuno esplori con le parole il viaggio dell’umanità verso un luogo che si trova oltre le colonie penali e il dolore.
Un secolo dopo la domanda più triste è perché i tempi che viviamo ci hanno costretto a evocare ancora la possibilità di un nuovo Eichmann nel futuro e perché, perché, perché non possiamo tranquillamente prevedere e anticipare che i Samuel Beckett del ventunesimo secolo che stanno nascendo proprio adesso, proprio adesso, passeranno le giornate e useranno il loro talento per celebrare il vino e le rose invece di cercare assurdamente il minimo cenno di un linguaggio di redenzione in mezzo a desolate rovine.

Traduzione di Carlo Antonio Biscotto
Ariel Dorfman

Ariel Dorfman

Ariel Dorfman (1942), narratore, scrittore di teatro, giornalista e poeta cileno, fu costretto all’esilio dopo il golpe militare del 1973. Attualmente vive fra gli Stati Uniti e Santiago del Cile. È considerato uno dei più importanti autori cileni viventi. Con Feltrinelli ha pubblicato Memorie del deserto. Viaggio attraverso il Cile del Nord (2005).

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