Perse le comunali di Muggia dove correva col centro-destra, il socialista double-face Claudio Bonivento vuol vincere le comunali di Trieste dove corre col centro-sinistra. Direte: ma va! Può una persona seria non aver puzze sotto il naso in due municipi confinanti di là per i fascisti mussoliniani e di qua per i "bollitori di bambini"? Sulla frontiera orientale, sì. Può. Sono sempre state una faccenda strana, le elezioni all’ombra di San Giusto. Qui i missini avevano la roccaforte quando altrove non battevano chiodo. Qui sbocciò il Melone. Qui Riccardo Illy dimostrò che, smarcato dai partiti, un ulivista poteva prendere una città di destra. E qui la Cdl, dopo aver conquistato la maggioranza assoluta alla Camera sia in provincia, sia a Trieste e sia a Muggia, ha già perso quest’ultima sfida comunale per 37 voti (reazione scontata: brogli!) e rischia di perdere al ballottaggio di domenica, colmo dei colmi, la presidenza provinciale e la guida del bellissimo palazzo municipale di piazza Unità. Eppure, nell’attesa che Berlusconi venga venerdì a dare fuoco alle polveri nel comizio conclusivo, la campagna elettorale in questa stupenda città le cui ferite (l’occupazione titina, le foibe, i profughi dall’Istria...) hanno sanguinato per decenni, è stata civile. Oddio, non che tutto sia filato liscio. Indispettito dalla scelta di Pino Roveredo (il vincitore dell’ultimo Campiello cui aveva consegnato in pompa magna le chiavi della città) di scrivere un libro-intervista col suo avversario intitolato "Andar per fodere" (cioè cercare tra la pieghe), il sindaco uscente Roberto Dipiazza si è fatto scappare una cattiveria: ‟Vorrei vedere dove sarebbe oggi se mia sorella non avesse mantenuto i suoi figli mentre era nelle patrie galere”. Come l’ha detta, si è mangiato la lingua: lo sa che la città ha smesso di rinfacciare allo scrittore un passato difficile. Ma ormai la frittata era fatta. Amen. Garzone di salumeria, diploma di 3° media, diventato immensamente ricco grazie a uno spirito imprenditoriale che ne ha fatto un re dei supermercati, l’uomo non è il tipo da rovinarsi il sonno per le gaffe. È ruspante. Gli vengono di getto. Va alla festa del lavoro degli sloveni e, dimentico che la comunità cittadina è radicata, augura loro ‟un felice soggiorno”. Una delegazione ucraina gli regala una mazza di legno e lui, ammiccando su Fabio Omero, il segretario ds già dirigente Arci-gay, sbotta: ‟La regalerò a Omero!” Ride alle contestazioni facendo il gesto dell’ombrello. Va alla Risiera di San Saba per rendere omaggio alla comunità ebraica e si schianta su un lapsus suicida: ‟Onore ai martiri delle foibe!” I Cittadini per Trieste, cioè gli illyani, ne hanno tratto un libriccino con decine di titoli: "Le dipiazzate. Antologia di umorismo amministrativo". Ma lui è convinto di farcela senza patemi. E che anche questa "spontaneità" possa giocare per lui. Certo, i dati del primo turno dicono che ha preso alle comunali 5.574 voti meno della sua coalizione nel parallelo scrutinio per la Camera e il suo avversario 1.612 in più. Al punto che il vantaggio della destra sulla sinistra si è ridotto, nello scontro municipale, da 7.609 voti a 423. Ma ‟tutte le liste di disturbo erano di destra”, spiega, ‟non credo che al secondo turno riversino le loro preferenze di là. I triestini sanno: di qua c’è un imprenditore, di là un politico. Di qua l’appoggio della Cdl (non so se mi spiego), di là quella della sinistra (non so se mi spiego). E poi hanno visto come ho lavorato: ho preso in mano la città e, spendendo 260 milioni, l’ho visibilmente cambiata”. ‟Fandonie - risponde Illy - ha solo portato avanti, maldestramente, sì e no la metà delle cose che avevamo progettato, finanziato e avviato noi. È arrivato a spacciare per sua perfino una serata di Mtv che avevamo portato e pagato noi della Regione”. Per ‟riprendersi il comune”, come dicono gli avversari, il governatore punta su quello che presenta come il suo "erede": Ettore Rosato, 38 anni, funzionario delle Generali, sposato, 4 figli, una vita in parrocchia e nell’associazionismo cattolico, già consigliere comunale, deputato regionale e nazionale e trionfatore alle primarie. Gli amici l’hanno aiutato a pubblicare un opuscolo (velenosamente dipinto da alcuni come "un pò berlusconiano") con tutta la sua vita. C’è un cruciverba (1 orizzontale: aspira a diventarlo Rosato. Risposta: Sindaco), una perizia sulla sua grafia ("ha fatto della riflessione e della prudenza le sue armi migliori"), degli strepitosi anagrammi ("vi pare che Rosato si sia stancato in campagna elettorale? "è restato toro"!) e un paio di irresistibili foto di gruppo con lui bimbo o sotto naja e la domanda: "Dov’è Rosato?" "In chiesa!", risponde chi gli gufa contro sventolando la laicità di Trieste. Un modo anche per esorcizzare l’incubo: a parte la moderazione dei toni e dei programmi, come fai a spacciare per rosso il Rosato? Uno che piace ("Bravo. Serio") anche al vecchio e potente Primo Rovis, l’alfiere della triestinità che nel 2001 aveva appoggiato la destra? Al di là dello scontro sui temi cittadini (il porto, la viabilità, la Ferriera...) una sola battuta si è permesso. A Dipiazza che prometteva l’abolizione graduale dell’Ici (dopo esser stato costretto lui stesso ad alzarla) ha detto: ‟Allora io darò una moglie a tutti gli scapoli!” Sullo sfondo, c’è chi scommette che la sfida peserà anche sul duello parallelo. Quello alla Provincia tra il presidente in carica, il nazional-alleato Fabio Scoccimarro, e la illyana Maria Teresa Bassa Poropat, che ha recuperato il parallelo svantaggio alle politiche (4.513 voti) portandosi in vantaggio di 507, attaccando l’avversario su tutto. Dall’affitto di un veliero neozelandese per la Barcolana ("Vergogna: solo per battere gli sloveni!" "No, era un progetto per fare riscoprire il mare") al concorso (soldi provinciali!) per lo studente e la studentessa più belli. Titolo: "Miss e Mister college of Trieste 2006". Eccola, la famosa italianità di Trieste!
Gian Antonio Stella

Gian Antonio Stella

Gian Antonio Stella è inviato ed editorialista del “Corriere della Sera”. Tra i suoi libri Schei, L’Orda, Negri, froci, giudei & co. e i romanzi Il Maestro magro, La bambina, il pugile e il canguro, I misteri di via dell’Amorino. Insieme a Sergio Rizzo ha scritto, per Rizzoli, La Casta, La Deriva, Vandali e Licenziare i  padreterni. Con Feltrinelli ha pubblicato Tribù s.p.a. Foto di gruppo con Cavaliere bis (2005), Bolli, sempre bolli, fortissamente bolli (2014) e Se muore il Sud (con Sergio Rizzo, 2013; Premio Benedetto Croce 2014).

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