Il ‟tetto del mondo” traballa, scosso dalla rivolta interna che lo sprofonda nella violenza e nell’incertezza politica. Dopo sedici giorni di grandi manifestazioni popolari, ieri il re Gyanendra del Nepal ha deciso di fare il grande passo e dialogare con i sette partiti dell’opposizione legata ai ribelli maoisti. ‟Siamo disposti alla nascita di una democrazia multipartitica e a una monarchia costituzionale. Il potere esecutivo del regno del Nepal tornerà al popolo” ha detto con viso serio e preoccupato in un annuncio diffuso su tutti i media locali. Gli osservatori e, soprattutto, i mediatori inviati dal governo indiano, guardano con interesse all’offerta avanzata dal re di accogliere un nuovo primo ministro presentato dall’opposizione. Ma la riposta della piazza non si è fatta attendere. ‟Troppo poco e troppo tardi” replicano in coro i portavoce dei partiti. In effetti il re non soddisfa la richiesta fondamentale presentata dall’opposizione: la creazione di un’assemblea destinata a elaborare una nuova Costituzione. ‟Il discorso del re è incompleto. L’assemblea costituente rappresenta il passo minimo necessario per costruire un nuovo futuro” ha detto, tra gli altri, Minendra Risal, dirigente del Partito democratico del congresso. I leader della rivolta si riuniranno in seduta plenaria nei prossimi giorni. E l’impressione è che a grande maggioranza siano decisi a continuare le rivolte sino alla definitiva abdicazione del re e all’eclissi della dittatura. ‟Se il re si fosse mosso solo una settimana fa - osservano i giornalisti locali - la situazione ora sarebbe più calma. Ma negli ultimi tre giorni le rivolte si sono estese a tutto il Paese” osservano i giornalisti locali. Anche Katmandu, che nei dieci anni di rivolta maoista era quasi sempre rimasta ai margini, vive ormai assediata dal coprifuoco. Decine di giornalisti sono stati arrestati. ‟Da due giorni la polizia blocca le strade della capitale sia ai locali che agli stranieri. Oggi il coprifuoco totale, imposto sin da ieri sera alle 9, doveva terminare alle 14,00, ma è stato prolungato sino alla notte - spiegava ieri sera per telefono dalla capitale un antropologo italiano, Martino Nicoletti, che da 16 anni lavora in Nepal - Non sembra affatto che l’annuncio del re abbia migliorato le cose. Tutt’altro. La capitale è in stato di assedio. Il Palazzo reale è circondato da decine di carri armati. Non ci sono auto, neppure biciclette o mezzi pubblici. Ci dicono che nelle campagne i villaggi sono isolati dall’esercito”. Una sfida vitale per Gyanendra. In realtà l’unica monarchia indù esistente al mondo, dove il re è tradizionalmente visto come la reincarnazione del dio Vishnu, sta vivendo una profonda crisi politica e culturale forse destinata a stravolgerne l’identità sociale e i valori più profondi. Ma il processo di laicizzazione e disincanto nei confronti dei dio-re nasce da lontano. Sin dai primi anni Novanta la ribellione maoista, che segue l’esempio rivoluzionario di Sendero Luminoso in Perù, cresce infatti tra i contadini e i poveri tra i 24 milioni di nepalesi alle pendici delle vallate dell’Himalaya. I morti da allora sono stati circa 13.000. La rivolta si è fatta più radicale dopo il famoso massacro della famiglia reale nel giugno 2001. Da allora il nuovo re è sempre stato accusato di condurre una vita corrotta e persino sospettato di avere avuto un ruolo nel massacro. La sua decisione nel febbraio 2005 di licenziare il governo, dichiarare lo stato di emergenza e assumere il potere assoluto lo aveva definitivamente posto in rotta di collisione con l’opposizione. Prometteva ‟libere elezioni” nel gennaio 2007. Ma intanto faceva chiudere i giornali e arrestava gli oppositori. Non ha saputo cogliere l’offerta di tregua avanzata dai maoisti nel settembre scorso. E adesso rischia di perdere tutto. La sua salvezza dipende dalla fedeltà dell’esercito. Ma anche dalla capacità dell’opposizione di restare unita. Perché non è affatto detto che i sette partiti avversari riescano a elaborare una piattaforma comune.
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

Vai alla scheda >>

Torna alle altre news >>