Venti minuti per abbattere un albero sul bordo dell’asfalto. Quando il tronco si schianta a terra, una trentina di manifestanti si lanciano tra grida di incitamento e lo trascinano a fatica per bloccare la strada. Qualcuno utilizza i rami e le foglie per alimentare un copertone già in fiamme. ‟Morte a re Gyanendra. Questo tronco dovrebbe essere il suo cadavere”, gridano altri. Ma è solo un momento. Poco dopo arriva un blindato carico di militari, i mitra puntati verso le case con il colpo in canna, i soldati scelti con i lacrimogeni pronti al tiro. E la folla si sposta timorosa, i soldati passano incolumi. Le manifestazioni restano bloccate alla ‟ring road”, la circonvallazione attorno alla capitale. Così ieri i soldati dell’esercito nepalese hanno ripreso il controllo di Kathmandu. Nulla a che vedere con le violenze di due giorni fa e i tentativi di assalto al palazzo reale. Per tutta la giornata la città è rimasta quasi spettrale. Paralizzata dal coprifuoco e dallo sciopero generale. Al parco Ratna, dove due giorni fa si erano concentrati i 7 partiti dell’opposizione con i gruppi maoisti, si sono accampati i corpi scelti dei ‟Gurka”, i figli delle tribù dell’Est, noti per spirito di obbedienza e crudeltà, pronti a intervenire. Ma non ce ne sarà bisogno. Dopo 17 giorni di rivolte, una ventina di morti e centinaia di feriti, la sommossa segna il passo. Re Gyanendra cerca di sfruttare le divisioni interne all’opposizione. Tre giorni fa ha offerto la restaurazione della monarchia costituzionale. I leader dei manifestanti rifiutano e chiedono l’immediata creazione di un’assemblea costituente. Eppure ora si scontrano al loro interno, tra i radicali,che chiedono l’abdicazione subito del monarca, e le correnti più aperte alla convivenza. ‟Se l’opposizione fosse unita, il re se ne sarebbe già fuggito”, afferma Tirtha Koirala della tv Kantipur. Ma sono in molti a dubitare sulla capacità di tenuta del sovrano. ‟C’è stata una profonda rivoluzione culturale in Nepal. E Gyanendra non è più considerato un dio”, sostiene Richa Nahayan, responsabile della Pilgrim Books House.
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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