I titoloni sulla condanna di Cesare Previti erano tecnicamente prevedibili, ma ci colgono ugualmente impreparati. Così come ci sorprende vedere Luciano Moggi inchiodato alla croce da lui stesso fabbricata. Sono due esempi molto diversi tra loro (il terzo, se volete, è la cattura di Provenzano: nessuno ci pensava più). Altarini e altaroni scoperchiati nel giro di pochi giorni, in singolare e casuale concomitanza, come se questo fosse un periodo di smascheramenti, di impunità incrinate, di furbizie e calcoletti che mostrano la corda. Notizie che ci sorprendono perché eravamo oramai rassegnati all’impunità diffusa, avevamo dimenticato che di norma chi imbroglia perde, e chi si comporta bene, alla lunga, vince. Il retaggio peggiore di questi ultimi dieci-quindici anni è la nostra rassegnazione. L’avere dismesso un bisogno di lealtà e giustizia che dovrebbe essere naturale ovunque, destra o sinistra non importa. E invece, assurdamente, quel bisogno abbiamo preferito tacerlo (colpevolmente) perché ci pareva "fazioso". Qualcuno scrisse "l’elogio di Previti", anni fa, e noi (che stupidi!) sospettammo che fosse più intelligente di noi.

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