Nel corso di un comizio milanese, un esponente del centrodestra locale (Silvio Berlusconi) ha definito "magliari della sinistra" i suoi avversari. La definizione, in sé, non leva né aggiunge nulla alla già ricca casistica di mediocri insulti circolanti in politica. Colpisce, a pensarci bene, non tanto perché va a ingrossare un letamaio verbale già cospicuo, quanto perché stride con la sostanziale e cordiale convivenza, in Parlamento e altrove, tra "magliari" e "coglioni" (oppure "fascisti" e "ladri") provenienti da allevamenti differenti e varii, in questi giorni giustamente e normalmente dediti a riunirsi, e parlarsi, e cercare accordi per l’elezione al Colle.
Questo significa, né più né meno, che le esibizioni di disprezzo e odio sono in realtà un meschino espediente per imbonire pubblici dalla bocca buona, come fanno i guitti che, quando perdono il filo, dicono le parolacce per strappare l’applauso, o la risatina. Non c’è alcuna corrispondenza tra gli sbocchi di nevrastenia dei comizianti e la sostanza del gioco di potere: la propaganda è feroce e urlata, la sostanza è felpata e colloquiale, come usa tra chi è nella stessa barca. Se Berlusconi fosse convinto di quello che sbraita quando gli danno un microfono, sarebbe già in clandestinità con un mitra in pugno. Invece è a casa sua e impugna, al massimo, il dopobarba. Anche come rivoluzionario, è solo un simulatore.

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