Tony Blair, per ora, non si dimette. Tony Blair, per ora, non rivela la data futura in cui potrebbe dimettersi. Per la prima volta, però, Tony Blair lascia capire più o meno quando sarà. ‟Ho sempre detto che, dopo essere stato eletto premier tre volte, non mi ripresenterò una quarta e che a un certo punto del mio terzo mandato garantirò una transizione stabile e ordinata”, afferma il primo ministro britannico. ‟Confermo che onorerò questo impegno, e che lo farò dando al mio successore il tempo necessario per consolidarsi”. Lo ripete due o tre volte, nella conferenza stampa di ieri a Downing street: ‟Il tempo necessario”. Significa che l’uomo che al momento delle sue dimissioni diventerà automaticamente premier, perché scelto come leader dal partito laburista, avrà il tempo di farsi conoscere e apprezzare dal paese, il tempo di rafforzarsi politicamente, in modo da avere valide chance di vincere le prossime elezioni legislative ed essere confermato nel suo incarico dal voto popolare. Quanto sarà questo tempo concesso al successore per consolidarsi nel ruolo di premier, Blair non lo dice, ma è evidente che non possono essere pochi mesi e probabilmente nemmeno un anno: almeno due, o due e mezzo. Poiché le prossime legislative sono fissate per il 2010 ma previste per il 2009, vorrebbe dire che Blair si dimetterà nel 2007, magari a fine 2007, dopo il congresso annuale laburista che si tiene ogni settembre. E alla domanda se secondo lui il successore, l’erede designato, continui a essere il suo a volta alleato a volte rivale Gordon Brown, da nove anni ministro delle Finanze, Blair ribadisce senza indugio: ‟Naturalmente sì”. Cosicché, dopo mesi (o anni, a partire dalla guerra in Iraq) di personale declino del premier, culminato nella batosta rimediata dal Labour alle elezioni amministrative della settimana scorsa e nel rimpasto di governo con cui Blair ha reagito, il quadro politico sembra chiarirsi un po’. I ribelli della sinistra laburista, una cinquantina di deputati, vorrebbero che Blair si dimetta subito o entro fine anno: ‟Ma è gente che non vuole cambiare solo premier, vuole cambiare la direzione del New Labour, riportandolo al passato, e se andiamo alle prossime elezioni con la loro agenda, le perderemo”, li liquida lui. Gordon Brown, l’erede e il rivale, dice di pretendere un ‟rinnovamento immediato” del partito, ma è contrario a scatenare una ‟guerra civile” interna: ‟Se ci dividiamo, e lasciamo il Labour in mano agli estremisti, perderemo il potere”, ammonisce. Quanto a Blair, si ripromette di completare le riforme e uscire di scena a testa alta, non a testa bassa come sarebbe adesso, all’incirca tra un anno e mezzo. La politica è imprevedibile, ma il piano per ora pare questo. A parte il suo futuro personale, nella conferenza stampa il primo ministro ha smentito di avere "degradato" il ministro degli Esteri Jack Straw a leader della camera dei Comuni: ‟E’una mossa concordata insieme un anno fa, nego categoricamente che sia il risultato di nostri dissensi sull’Iraq o sull’Iran”. Non è vero che Straw era contrario a bombardare le centrali nucleari iraniane e lei è favorevole? ‟Assurdità, nessuno pensa a un attacco simile”. E cosa pensa, gli domanda Repubblica, della vittoria di Romano Prodi in Italia? ‟Fui un suo sostenitore per la nomina a commissario europeo, sono certo che avremo ottimi rapporti”.
Enrico Franceschini

Enrico Franceschini

Enrico Franceschini (Bologna, 1956), giornalista e scrittore, è da più di trent'anni corrispondente dall’estero per “la Repubblica”, per cui ha ricoperto le sedi di New York, Washington, Mosca, Gerusalemme e attualmente Londra. Nel 1994 ha ricevuto il Premio Europa per le sue corrispondenze sul golpe di Mosca. Per Feltrinelli ha pubblicato La donna della Piazza Rossa (1994), Russia. Istruzioni per l’uso (1998), Fuori stagione (2006), Avevo vent’anni. Storia di un collettivo studentesco. 1977-2007 (2007), Voglio l’America (2009), L’uomo della Città Vecchia (2013) e Scoop (2017).

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