L’idea di dare la cittadinanza onoraria ‟ai cromosomi, la ‘x’ e la ‘y’, dei maschi di casa Savoia” lasciò il pianeta di sasso. Così come echeggiò dalle Alpi a Lampedusa la decisione di convocare un consiglio comunale con maghe e fattucchiere per togliere al paese, alla Toscana e alla Penisola tutta ‟la sfiga cosmica” appiccicata da Josip Stalin, Lavrentij Berija e i comunisti nostrani. Vette irraggiungibili. Ma anche ieri, giornata di fiacca, il sindaco di Aulla Lucio Barani, che siede alla Camera per la CdL, ha cercato però di guadagnarsi un pò di spazio sui giornali. E così, accarezzando l’immenso garofano rosso all’occhiello, ha dichiarato che al Quirinale vorrebbe D’Alema. Ma come: lui, il craxiano più craxiano di tutti, il nemico numero uno dei rossi, il sindaco più egocentrico, vanitoso e logorroico dell’emisfero settentrionale che a Bettino e alle ‟vittime di Tangentopoli” ha dedicato una piazza, un monumento, una stele con due mani grondanti sangue e ha scritto su un cartello ‟Comune de-dipietrizzato”? Proprio lui: ‟L’Italia deve abbandonare quell’eterna figura di ‘babbo della nazione’ che è diventato il capo dello Stato. È necessaria una figura più giovane, più politica, più scomoda, capace di sollecitare il paese e portandolo verso quella modernità che è mancata, soprattutto visto che al governo non ci sarà un trascinatore di folle. In altre parole abbiamo creduto che fosse giunto il momento per D’Alema, politico non certamente "amabile", ma che ha in sé tutte quelle caratteristiche per prendere decisioni e correre qualche rischio per riaffermare la dignità della politica, il primato del Parlamento e il ruolo dei partiti”. E Napolitano? Ah, lui no: comunista. Peggio: è ‟una persona intellettualmente onesta ma a cui ha sempre fatto difetto il coraggio”. Per carità, ‟come si disse di Don Abbondio, se uno il coraggio non ce l’ha, non se lo può dare”. Però... Il pirotecnico sindaco di Aulla, in realtà, non è il solo a rimpiangere già, a destra, l’accordo mancato sul leader ds. Marco Follini, che ha dedicato alla Dc in cui è cresciuto gli anni migliori della sua vita e quattro libri (‟C’era una volta la Dc”, ‟La Dc al bivio”...) ha pubblicamente fatto all’avversario, nell’anniversario di via Caetani, il più bel complimento possibile. L’ha paragonato al suo mito: ‟Nel ‘71 Moro poteva diventare il Presidente della Repubblica: aveva i voti e la maggioranza, ma la sua posizione politica non corrispondeva all’unità politica del suo partito e lui scelse di chiamarsi fuori. Questo era il senso delle istituzioni, il senso del limite che aveva Aldo Moro. Questo è lo spirito che un pò colgo in D’Alema”. Gianfranco Rotondi, che della Dc ha cercato di rilanciare perfino il nome, concorda: ‟Noi siamo stati da subito favorevoli a Massimo. E i voti a Giuliano Ferrara, che con più forza ha portato avanti l’idea, sono la conferma della nostra posizione. Far cadere la sua candidatura è stato un errore. Votarlo era come dire: prendiamo atto che il capo dell’Unione è il signor D’Alema e siccome quando stava al governo ci ha pure dimostrato che è più bravo e più moderato di Prodi, eccoci qua. Legittimandolo, pure Berlusconi avrebbe avuto la sua legittimazione agli occhi della sinistra. Era un bel progetto. Napolitano no, quella è un’altra roba. Certo, per noi era più facile spiegarlo ai nostri elettori perché ne teniamo trecentomila. Capisco che per gli altri amici era più difficile. Tuttavia...”. ‟Scherziamo? Io non ho difficoltà a dire che sono amico di D’Alema e che sarebbe stata una buona scelta. Ma non così! Non così!”, dice Andrea Ronchi, il portavoce di An, ‟È chiaro che per i nostri elettori la scelta sarebbe stata dirompente. E dunque o eravamo tutti d’accordo, così da poterla spiegare, o niente. Visto come ce l’hanno prospettata, ciao”. ‟Io, nel contesto giusto, tutti d’accordo, D’Alema lo l’avrei votato volentieri”, concede il forzista Donato Bruno, ‟Così no, però. Impossibile”. E spiega: ‟Sa perché è naufragata la candidatura? Troppi sorrisi. Giuliano Ferrara, Marcello Dell’Utri, Fedele Confalonieri, Vittorio Feltri... Troppi. A sinistra han cominciato a diffidare. Finché Fassino e Ferrara, con quell’intervista, l’hanno ucciso, D’Alema: potevamo accettare un presidenzialismo di fatto?” ‟Vabbè, ormai è andata”, sospira il suo collega Lino Jannuzzi. A leggere tra le righe, tuttavia, non mancano ‟dalemiani”, si fa per dire, neanche dentro la Lega. Certo, non ne trovi uno disposto a dire apertamente che, messa come è messa, preferirebbe il presidente della Quercia al senatore a vita. Ma, al di là delle dichiarazioni ufficiali, si notano sfumature. Come il diverso trattamento riservato da ‟La Padania” all’ipotesi di Baffino di Ferro e a quella del senatore a vita, il primo salutato con diffidenza, il secondo con una sberla a tutta pagina (‟Non sarà mai il presidente di tutti”) e un commento del direttore che diceva chiaro e tondo: ‟La Cdl è libera di tornare Polo delle Libertà: se oggi passasse Napolitano con il voto di Forza Italia, An e Udc, la Lega ne prenderà atto. Ma nessuno potrà dire che sia stato il Carroccio ad accoltellare l’alleanza”. Dietro la cautela, c’è non solo la necessità della Lega di tenere aperto un dialogo con l’uomo forte della sinistra per salvare quanto più è possibile della riforma federalista se andasse male il referendum confermativo, ma anche il rapporto diretto tra Umberto Bossi e il leader diessino. Che ha visto negli anni momenti di tensione, tregue e subitanei riconoscimenti. Basti ricordare come il Senatùr, dopo avere bollato D’Alema come ‟un cinico, un uomo senza amore”, ‟un ciarlatano”, un ‟furbettino che non ci vuol dare una virgola”, arrivò nel trionfale 2001 a rendergli l’onore delle armi: ‟Sono onesto, la verità è che quella roba lì, la legge Bassanini, è una cosa che avevo messo in piedi con D’Alema. Adesso che non siamo in campagna elettorale posso dirlo: non poteva essere la destra a far partire il processo federalista”. Franco Piro, che solca il Transatlantico macinando chilometri per la sua ‟mission impossible”, barrisce: ‟Non è finita! Non è finita!”. E assicura che di lì a poco, nella notte, la situazione dovrà ben sbloccarsi: ‟Alla fine ce la farà D’Alema”. Ma è rimasto l’unico. A urlare alla luna come i pazzi e gli indovini dell’impossibile.
Gian Antonio Stella

Gian Antonio Stella

Gian Antonio Stella è inviato ed editorialista del “Corriere della Sera”. Tra i suoi libri Schei, L’Orda, Negri, froci, giudei & co. e i romanzi Il Maestro magro, La bambina, il pugile e il canguro, I misteri di via dell’Amorino. Insieme a Sergio Rizzo ha scritto, per Rizzoli, La Casta, La Deriva, Vandali e Licenziare i  padreterni. Con Feltrinelli ha pubblicato Tribù s.p.a. Foto di gruppo con Cavaliere bis (2005), Bolli, sempre bolli, fortissamente bolli (2014) e Se muore il Sud (con Sergio Rizzo, 2013; Premio Benedetto Croce 2014).

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