‟Nego di aver dato in pegno alle banche le mie azioni Rcs, sto operando con mezzi propri, liquidità che generano le mie società”. Sono parole di Stefano Ricucci raccolte circa un anno fa, in un colloquio telefonico del 25 maggio 2005 per la precisione, mentre l’immobiliarista romano era nel pieno della sua scalata alla Rcs. Aveva appena superato il 15% del capitale ed era così diventato il primo azionista singolo della casa editrice, davanti a Mediobanca e alla Fiat. Una manovra spregiudicata che si è sgonfiata nell’arco di pochi mesi. Oggi Ricucci è in carcere e i pm romani che indagano sulla scalata sono determinati a chiedere il fallimento della Magiste. I "mezzi propri" che Ricucci sbandierava nei suoi colloqui con i giornalisti si sono sciolti come neve al sole. ‟Possiedo immobili per 1,5 miliardi di euro, solo nei centri storici di Roma e Milano, con contratti di affitto alti e a lungo termine - raccontava Ricucci in un incontro al Four Season di Milano del febbraio 2005 - in più ho le partecipazioni in Bnl e in Rcs. Aggiungo che ho solo 42 anni e che non ho fretta, i poteri forti si dovranno abituare, avranno a che fare con me per molti anni”.
In realtà gli immobili erano iscritti in bilancio a valori gonfiati grazie alla compiacenza di alcuni banchieri, Gianpiero Fiorani in primis, che erogavano mutui su valori fuori mercato scaturiti dopo diversi passaggi infragruppo effettuati con il solo scopo di gonfiare tali valori. E anche le partecipazioni azionarie erano state acquistate a debito. Solo nell’agosto 2005 si è scoperta la triste verità: Fiorani aveva prestato a Ricucci qualcosa come 800 milioni di euro in bianco, non solo senza garanzie ma senza neanche pretendere un pegno sulle azioni acquistate. Il famoso pegno sulle azioni Rcs che sta arrovellando avvocati e magistrati da alcuni mesi è stato richiesto all’inizio di agosto 2005 da Giorgio Olmo, subentrato a Fiorani in seguito all’interdizione decisa dal gip Clementina Forleo. Con alle spalle un banchiere così incauto era facile per Ricucci fare proclami al mercato con toni spesso arroganti: ‟Forse non mi sono spiegato - diceva in quel colloquio di un anno fa - io sto comprando la Rcs, l’azienda mi piace perché ci sono questi azionisti, questo management e questi giornalisti e penso di creare valore per la Magiste”. Ricucci poteva contare su qualcuno per realizzare questo piano? L’inchiesta dei pm romani è volta proprio a chiarire anche questo aspetto. Di certo l’immobiliarista aveva ricevuto diversi via libera politici, sia da destra sia da sinistra, poteva contare sull’appoggio dell’ex governatore Antonio Fazio, su alcune banche straniere come Deutsche Bank e Société Générale e su alcuni consulenti che gli avevano preparato a tavolino le tecnicalità dell’Opa. Se il gruppo francese Lagardère fosse stato un po’ più spregiudicato nel fare da sponda a Ricucci forse l’offerta sarebbe stata lanciata già a fine luglio. Invece è arrivato il provvedimento della magistratura basato sulle intercettazioni telefoniche che hanno portato alla luce la rete di malaffare dei "furbetti del quartierino". E gli enormi "mezzi propri" di cui Ricucci si vantava oggi non riescono neppure a coprire i debiti.
Giovanni Pons

Giovanni Pons

Giovanni Pons lavora alla redazione milanese de ‟la Repubblica” come caposervizio dell'economia. Ha esordito a ‟Milano Finanza” e ha scritto successivamente per altri periodici specializzati: ‟Investire”, ‟Borsa & Finanza” e ‟Gente Money”. Ha seguito i principali eventi finanziari di questi anni: dalle lotte di potere per il controllo di Mediobanca ai riassetti del sistema bancario. È coautore con Oddo de L'affare Telecom.

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