L'Italia pallonara e no, si straccia le vesti, s'indigna e si sorprende per una truffa che qualsiasi addetto ai lavori non coinvolto avrebbe dovuto sospettare da anni. Che farne di D'Alema, si interrogano gli analisti politici. Come risolvere il rebus dei vice-ministri, si arrovella la maggioranza. Intanto, il mondo là fuori gira, macinando il suo raccolto quotidiano. In Iraq, mille morti iracheni nel solo mese di aprile. Tre americani uccisi al giorno. Un disastro senza fine, annunciato, perseguito, ottenuto. L'Iran aspetta. Così il destino di una barca di senegalesi salpata da Capoverde, presumibilmente in direzione di Gibilterra, non può ottenere dalle agenzie che un posto di seconda fila. Eppure, la notizia lascia senza fiato. Un battello partito dall'Africa e arenatosi sulle spiagge dei Caraibi con i corpi mummificati di venti clandestini e i documenti di tanti altri. Quanti saranno stati? Quale incidente li avrà spinti alla deriva per migliaia di miglia sulle onde lunghe dell'oceano? Quali saranno stati i pensieri di questi uomini mentre agonizzavano nella salsedine, tra spruzzi di pioggia o sotto il sole dell'equatore, tormentati dalla fame e dalla sete, mentre i gabbiani volteggiavano sopra di loro? Come saranno morti quelli di cui non restano tracce? La dimensione di questa tragedia ha proporzioni inimmaginabili non solo per il numero dei morti, ma per la vastità degli spazi in cui la loro agonia si è consumata. Ed è inimmaginabile perché è visibilmente la punta di un iceberg, l'indizio di una strage quotidiana e incognita, per terra e per acqua. Fuori i dati, chiedono i piccoli contabili della verità, i raccoglitori di certezze empiriche, quelli che non credettero alla storia della Yohan. E che ci possiamo fare noi, alzano le spalle i tutori dell'integrità demografica, i difensori della purezza etnica e dei confini della patria. Dal Marocco, dal Senegal e dalla Libia, dalle coste dell'Asia salpano barche, carrette, bananiere arrugginite con il loro carico di speranza, o di alternative impossibili, verso l'occidente, il nord ricco. E noi che ci possiamo fare, dice il mondo civile. Dall'altra parte dell'oceano, a non troppa distanza dai senegalesi mummificati, Bush, che viola ogni tipo di confine, si appresta a varare misure per proteggere la sua frontiera sud. Si dice che domani sera, dal suo ufficio, prometterà l'invio della guardia nazionale e l'assunzione di contractor per contrastare l'ingresso degli alieni dal Messico. Forse per indorare la pillola, dopo il possibile ritiro del decreto sui clandestini, a cui milioni di latinos si sono opposti nelle strade delle città americane. Chissà. Nel frattempo, i minutemen, i truci difensori volontari della libertà americana puntano i fucili a raggi infrarossi verso il Messico. Il nostro mondo che fa? Lascia che l'oceano, i deserti e, nel caso, gli sbirri degli stati confinari che gli sono asserviti regolino a modo loro il flusso di braccia sottopagate verso la sua economia opulenta. Incidenti di percorso che non meritano le prime pagine, invase dal faccione di Moggi. Abbiamo la civiltà che cimeritiamo. Mentre scrivo, altre barche stanno salpando verso il regno della libertà.
Alessandro Dal Lago

Alessandro Dal Lago

Alessandro Dal Lago (Roma, 1947) ha insegnato e svolto attività di ricerca nelle Università di Genova, Pavia, Milano, Bologna e Philadelphia. Si è occupato di teoria sociale e politica, sociologia della devianza e dello sport, migrazioni internazionali ed etnografia urbana. Con Feltrinelli, La produzione della devianza (1981); Elogio del pudore (con Pier Aldo Rovatti; 1990); Non-persone (1999); La città e le ombre. Crimini, criminali, cittadini (con E. Quadrelli; 2003). Inoltre ha curato Carteggio 1926-1969 (di Karl Jaspers e Hannah Arendt; 1989); Archivio Foucault 2. Interventi, colloqui, interviste. 1971-1977 (1997; 2017); ha tradotto Aby Warburg (con Pier Aldo Rovatti; 2003) e ha scritto inoltre dei contributi a I signori delle mosche di Peter Warren Singer (2006) e a La solitudine del cittadino globale di  Zygmunt Bauman (2008).

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