Via del Corso, Roma. Una moto si ferma nel traffico, l’uomo alza il casco per gridare: ‟Bolscévici. A morte i bolscévici, anche quelli travestiti”. Una piccola folla di turisti tedeschi capisce lo strano insulto. Si guardano, mi guardano. Il semaforo rosso non aiuta. Faccio in tempo a dire all’uomo del casco: ‟Guardi che si dice bolscevìchi, con l’accento sulla terza sillaba”. L’uomo smanetta col gas ma sento che mormora: ‟Ah, grazie”. Va via nel traffico.
La piccola scena spiega perché il ‟New York Times”, descrivendo in questi giorni il lungo dopo-voto italiano ha intitolato ‟In Italia continua l’Opera”. Nel linguaggio comune americano il riferimento all’Opera italiana vuol dire evocare un dramma tempestoso su una scena fissa, in cui ogni gesto è simbolo e premonizione.
Per esempio il gesto teatrale di Berlusconi che, alla Camera, attraversa di corsa la cabina di voto mostrando alta e già piegata la scheda bianca prima di entrare, e la mette nell’urna subito dopo per far vedere a tutti che lui non ha scritto alcun nome, che lui, il presidente del Consiglio, non ha votato. Lo ha fatto per comunicare ai suoi: state bene attenti a fare come me, altrimenti sarete chiamati traditori.
Il presidente del Consiglio, che è ancora un’istituzione dello Stato, ha voluto annunciare, proprio come in un’opera, che lui è nemico, lui è contro, lui è estraneo, tanto è vero che le schede che lui controlla vengono, con sprezzo, piegate prima. Dunque non schede bianche per il capo dello Stato, ma schede che annunciano in pubblico il rifiuto.
Del resto erano passate poche ore da quando - a Milano - aveva minacciato lo sciopero fiscale, una forma di secessione.
Quel Berlusconi che attraversa di corsa la scena sventolando la scheda che non deve essere votata non è che la continuazione di una rabbiosa campagna elettorale che non può finire perché uno dei protagonisti, che ritiene se stesso il solo degno di vincere, ha perso.
I fatti non hanno alcuna importanza. L’importante è che la frenetica camminata sul posto che inchioda il Paese continui per costringerci tutti a guardare la stessa scena, Berlusconi che interpreta se stesso e il mito che si è inventato in una ripetizione infinita.
Nella meccanicità ossessiva ricorda Unabomber: lasciare dovunque un oggetto che può incuriosire qualcuno, e quando lo raccogli fa danno.
Un danno è certo l’incattivimento di una parte degli italiani, che nel vuoto della memoria, e mentre continua l’amministrazione controllata delle notizie, vengono spinti a pensare che stiano per essere invasi dai comunisti, sfasati di vent’anni da una realtà della storia che, per giunta, non è mai stata storia italiana.
Il senso di claustrofobia della scena si aggrava guardando la televisione di sera. I talk show politici continuano intatti, con le stesse facce, le stesse voci, le stesse composizioni di squadra, gli stessi temi appena poco variati dagli eventi, ma indistinguibili dalla infinita campagna elettorale, indifferenti al suo risultato, uguale nella pretesa di dominio dei suoi conduttori.

Resta difficile spiegare ai giornalisti del mondo, e ai politologi che vorrebbero capire, la lunga fermata del treno Italia, bloccato sul dopo voto come se il rigetto violento del risultato da parte del perdente-in-capo Silvio Berlusconi e della sua scorta di Lega Nord avessero un fondamento.
È necessario dare loro indirizzo e telefono di specialisti, come si fa in medicina: esperti di Costituzione italiana e di ‟precedenti” della nostra vita politica che sappiano spiegare se la lunga fermata era inevitabile.
Sarà per colpa della televisione, che tutte le sere rimanda in onda gli stessi talk show dell’altro mese, ma l’impressione dei non esperti (dunque quasi di tutti) è che una simile fermata non era mai accaduta prima.
Eppure i giorni non sono passati invano. Al contrario, hanno fruttato risultati netti, nuovi, di estrema importanza per l’Italia.
In un clima di disordine riottoso e fomentato dal presidente del Consiglio ancora in carica, che ha ormai toni da Somoza, è stato eletto il presidente del Senato Marini, il presidente della Camera Bertinotti, e, mercoledì 10, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.
Sono eventi clamorosamente importanti. L’Italia è nuova e pronta a partire, e anche su questo si sono pronunciati con approvazione e sostegno i giornali del mondo, che vedono e raccontano il danno quotidiano recato al Paese da Berlusconi e da chi gli ubbidisce oltre ogni limite di buon senso e di impegno istituzionale. Come se disobbedirgli fosse pericoloso.
Il 10 maggio il New York Times intitolava: ‟Adesso si dia a Prodi la sua chance”. E ripeteva, di fronte a dati e notizie economiche sempre più allarmanti: ‟Fare in fretta. L’Italia ha bisogno di un governo di persone responsabili e competenti”.

È una richiesta urgente per l’immediato futuro ma anche un chiaro giudizio sullo stato dei fatti.
E tuttavia sentite che cosa ha scritto su La Stampa (10 maggio) Luca Ricolfi, sociologo ‟di sinistra”: ‟L’Unione voleva davvero eleggere un Capo dello Stato che sia espressione di tutti gli italiani? E crede davvero che il vincitore debba occupare tutte le cariche istituzionali dello Stato? Difficile aprire un dialogo con la Casa delle Libertà quando ci si trova costretti a eleggere un ex comunista alla Presidenza della Repubblica”.
Sono gli stessi argomenti avanzati da un altro ‟uomo di sinistra”, il condirettore de l’Espresso Giampaolo Pansa, in un dibattito nella trasmissione ‟Controcorrente” condotta da Corrado Formigli a Sky Tg 24. Ho citato persone scientificamente e giornalisticamente di primo piano per indicare un mistero della vita pubblica italiana. Alcuni si ostinano a non vedere, a non sapere, a non voler tenere in alcun conto ciò che intanto sta accadendo nella vita italiana: Calderoli afferma di non riconoscere il Capo dello Stato appena eletto. Berlusconi furiosamente minaccia, come un Borghezio qualunque, lo sciopero fiscale mentre è presidente del Consiglio. Questo Paese ha avuto, fino a un momento fa, come presidente del Senato, il predicatore di guerra santa di civiltà, di lotta senza quartiere contro un nemico inferiore che minaccia le nostre radici.
Sono pronti a vedere come uno scandalo i fischi a Letizia Moratti con padre in carrozzella al corteo del 25 aprile, senza un istante di retropensiero sul doppio scandalo di quel giorno. Il primo è, certo, di mostrare ostilità verso qualcuno che partecipa alla festa della Liberazione. Ma il secondo, altrettanto imperdonabile, è presentare il vecchio padre in carrozzella a una folla mai prima frequentata, solo perché questa volta la data del grande anniversario italiano coincide con la campagna elettorale di Milano in cui Letizia Moratti è candidata. La visione sdoppiata permette di deplorare, come è doveroso, l’aggressione a Borghezio sul treno, senza avere mai speso una parola per le aggressioni di Borghezio contro gli immigrati, compresi donne e bambini, persino se sono confermate da condanne passate in giudicato. Senza avere mai notato gesti, simboli, dichiarazioni barbare della Lega, partito di governo.
Questa visione dimezzata degli eventi consente di condonare cinque anni di conduzione delle due Camere rigorosamente autistica, da parte delle gente berlusconiana - e persino da coloro che hanno deplorato ma sempre ubbidito - cinque anni nei quali non è stato possibile piazzare neppure un emendamento, in cui ogni obiezione veniva dichiarata ‟ostruzionismo”, e in cui telegiornali strettamente guidati facevano salire di giorno in giorno l’impressione che un immenso lavoro di innovazione legislativa e di riforme fosse in corso.
Solo se avviene un simile condono diventa possibile dire, come dice Ricolfi, che ‟occorreva la disponibilità a negoziare almeno una delle tre cariche istituzionali” senza spiegare l’improvvisa vocazione francescana che avrebbe dovuto cogliere solo una delle due parti politiche, mentre intanto infuriava nelle piazze, da Napoli a Milano, la denuncia di brogli e la campagna di denigrazione bene organizzata e opportunamente diffusa dell’ancora primo ministro, forte del suo potere televisivo e della sua carica, libero di scorazzare in un intervallo incredibilmente lungo fra la sua sconfitta e la sua uscita dal punto di potere.

Le conseguenze non sono soltanto il ‟colore” del motociclista che - debitamente informato da Mediaset - ti grida ‟bolscevico”. Ce ne sono ogni giorno di più importanti. Perché prestare poca attenzione a Calderoli, sia pure smentito da Bossi (e poi da se stesso) quando afferma che non riconoscerà il nuovo capo dello Stato? Calderoli è vice presidente del Senato, appena eletto a quella carica dalla Casa delle Libertà. È a capo delle stesse persone che nella notte precedente la elezione di Marini, hanno frequentemente e pesantemente insultato Oscar Luigi Scalfaro, che presiedeva, per età, l’Assemblea. E la presiedeva con correttezza esemplare.
Le conseguenze non sono solo sgradevoli atti di pur inammissibile teppismo parlamentare (a cui i nostri Ricolfi e Pansa non dedicano una parola, salvo risentirsi se avvertono, a sinistra, un tono appena marcato di indignazione). A volte le conseguenze hanno significato politico su cui è bene non distrarsi. A Duno, in provincia di Varese, è stata presentata una lista per le prossime elezioni amministrative denominata ‟Movimento Nazionalista Socialista dei Lavoratori”. Analoghe liste sono state presentate nei Comuni di Parlado e Sueglio, in provincia di Lecco. Il coordinatore del nuovo ‟Movimento Nazionale Socialista” è Pierluigi Paglinghi che ha detto al quotidiano on line ‟Varese Oggi”: ‟Sono nazista da quando ho vent’anni, non vedo nulla di strano. Ci ispiriamo al partito nazional-socialista. Prendiamo spunto dagli ideali dei partiti che in diversi Stati hanno accolto le istanze nazionaliste e socialiste portate alla massima espressione dalla Germania di Hitler”. Cito dalla interrogazione parlamentare appena presentata alla Camera dagli on. Fiano e Codurelli. Tutto ciò avviene adesso, in questa Italia. Avviene dopo cinque anni di governo della gente di Berlusconi. Di alcuni di essi siamo costretti, attraverso le cronache e le sentenze, a conoscere i reati, di molti il comportamento aggressivo e sempre sprezzante verso le persone e verso le istituzioni. Di tutti l’obbedienza rigorosa agli ordini del capo anche quando sono ordini eversivi.
Si dovrà lavorare con immensa pazienza e guarire l’Italia dalla tremenda spaccatura che è stata inferta come un colpo d’ascia. Ma non si potrà lavorare alla cieca. Non facendo finta che alcuni responsabili non siano ancora in giro a moltiplicare il danno.
Dunque reclamiamo il merito del lavoro fatto: avere eletto le nuove cariche istituzionali che onorano il Paese. E apprestiamoci a cominciare il lavoro pesante che ci aspetta. Presto, speriamo. Subito.
Furio Colombo

Furio Colombo

Furio Colombo (19319, giornalista e autore di molti libri sulla vita americana, ha insegnato alla Columbia University, fino alla sua elezione in Parlamento nell’aprile del 1996. Oltre che negli Stati Uniti, ha viaggiato a lungo in Asia e in America Latina. Ha scritto per molti giornali, da ‟Il Mondo” a ‟La Stampa”, a ‟The New York Review of Books” e ha realizzato decine di documentari e servizi giornalistici per la Rai. Ha diretto l’Istituto italiano di cultura di New York dal 1991 al 1994 e inoltre ‟L’Unità” fino all’inizio del 2005. È stato più volte deputato. Tra i suoi numerosi libri: America e libertà. Da Alexis de Tocqueville a George W. Bush (Baldini Castoldi Dalai, 2005), L America di Kennedy (Baldini Castoldi Dalai 2004), Manuale di giornalismo internazionale. Ultime notizie sul giornalismo (Laterza, 1999), insieme a Romano Prodi, Ci sarà unItalia. Dialogo sulle elezioni più importanti per la democrazia italiana (2006), La paga. Il destino del lavoro e altri destini (2009), Marco Alloni dialoga con Furio Colombo. Il diritto di non tacere (2011) e Contro la Lega (2012). Con Feltrinelli ha pubblicato La città profonda. Saggi immaginari su New York (1994).

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