Diciamocelo tra noi. Zitti zitti, quatti quatti, ma diciamocelo: lo si vede di meno, lo si sente di meno. C’è sempre, e ogni tanto sbuca nei tigì, o per reclamare per il suo Milan una parte del bottino caduto dalle tasche del povero Moggi, o perché gli spetta pur sempre il suo lotto di video, la sua dichiarazioncina d’ordinanza. Ma è solo routine, pari a quella di uno dei tanti leader di uno dei tanti partiti. Roba da Maroni o da Di Pietro, niente di più.
E la routine, uno come lui, lo consuma lentamente. Uno abituato a vivere con un bavero di microfoni davanti al naso, a comiziare in lungo e in largo sui palinsesti di proprietà e quelli in affitto, a dettare l’agenda sua, vostra e pure mia, ridotto negli attuali spazi, uguali a quelli degli altri, è solo un volto tra la folla. Magari ha in serbo il colpo a sensazione, si farà incoronare imperatore dal Papa o da una sua controfigura, attraverserà le Bocche di Bonifacio a nuoto con codazzo di piroscafi e paparazzi, andrà su Marte con un volo privato, sposerà in terze nozze la Condoleezza, oppure andrà dall’amico Putin a riorganizzare il business di quelle parti (gasdotti digitali, accende il fornello solo chi ha il decoder). Intanto, però, godiamoci questa inattesa vacanza, questa normalizzazione di un fu Padreterno oggi costretto a stare nel mucchio, in mezzo a quel "teatrino della politica" così odiato. Era sceso a Roma per comperarselo e trasformarlo nella sua Broadway personale, è andata a finire che il teatrino ha scritturato anche lui.

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