Dietro quella timidezza, c’è lucidità e determinazione. Ivan Basso è l’Italia che parla senza accenti locali, che conosce l’inglese e la precisione. Non lo scatto ma la progressione. Damiano Cunego è più giovane, ma è l’Italia di sempre, quella che ci prova, a scattare, con il sorriso furbetto. È simpatico e se non ce la fa allarga le braccia dicendo: ‟Pensavo di stare benino... ma c’è ancora tanta salita”. Ci prova e ci spera. Come il suo tifoso che, quando ha capito come andava a finire, si è messo a imprecare: ‟Ma va’a da’via l’orghen”. Ivan pensa al giorno-dopo-giorno, non si scompone. Sorride con le labbra tese, non con gli occhi. Damiano sorride solo con gli occhi. Ivan ha sempre al suo fianco una guardia del corpo pelata e severamente nerovestita: è il suo d.s. Bjarne Riis. Danese. Quello di Cunego si chiama Beppe Martinelli da Rovato, Brescia. Damiano ha spesso i capelli mesciati e a volte la cresta. Ivan non ci pensa neanche e appena arriva al traguardo si mette una cuffia, si copre le orecchie e si solleva il collo della tuta. Cautela. Comincia le sue frasi con un ‟non”. Gli avversari? ‟Non mi serve pensare chi sia o chi non sia il più pericoloso”: conosce i congiuntivi. ‟Non sono uno scattista, non sono uno scalatore, non mi considero un fuoriclasse”. Preferisce dire quel che non è. Quel che è lo dice con i fatti. E quando ha superato Cunego? ‟Non mi sono guardato indietro”. La sua corsa è anche della squadra, anzi del team: 8 compagni perfettamente istruiti per lui, sin da quest’inverno. Alla stampa parla braccia conserte, mentre l’altro si tormenta la testa con le dita. Quando ha finito di parlare, Basso, visiera da F1 sovrastata da occhiali da sole, salta sulla Bassomobile nera della Csc, e chi s’è visto s’è visto. Lui è sposato, l’altro ha una compagna da cui ha avuto una figlia forse imprevista. Damiano lo chiamano il Piccolo Principe da quando ha vinto, scatto dopo scatto, il Giro del 2004 a 23 anni. Enfant prodige. Basso non ha soprannomi, non ha nulla dell’”enfant” e tanto meno del ‟prodige”. Dice secco: ‟Chi mi conosce da tempo, conosce lo stesso identico Ivan Basso di sempre”. E tiene a precisare che suo padre ‟lavora ancora 15 ore al giorno”. Tanto per mettere i puntini sulle i. Anche il Giro ha una i su cui il 28 maggio Ivan (una i anche lì), con l’assistenza muta di Riis (che di i ne ha ben due), vorrebbe mettere un bel puntino.
Paolo Di Stefano

Paolo Di Stefano

Paolo Di Stefano, nato ad Avola (Siracusa) nel 1956, giornalista e scrittore, già responsabile della pagina culturale del “Corriere della Sera”, dove attualmente è inviato speciale, ha lavorato anche per “la Repubblica” e per la casa editrice Einaudi come editor. Ha insegnato Cultura giornalistica alla facoltà di Lettere dell’Università Statale di Milano. Tra le sue opere ricordiamo: la raccolta di poesie Minuti contati (Scheiwiller, 1990), l’intervista con Giulio Einaudi, Tutti i nostri mercoledì (Casagrande, 2001), il romanzo Nel cuore che ti cerca (Rizzoli, 2008), La catastròfa (Sellerio, 2011, premio Volponi), sulla tragedia di Marcinelle; Giallo d'Avola (Sellerio, 2013), Ogni altra vita (il Saggiatore, 2015), I pesci devono nuotare (Rizzoli, 2016), La parrucchiera di Pizzuto (con il nome di Nino Motta, Bompiani, 2017), Respirano i muri (con il fotografo Massimo Siragusa, Contrasto 2018) e il romanzo per ragazzi Sekù non ha paura (Solferino, 2018). Con Feltrinelli ha pubblicato i romanzi Baci da non ripetere (1994, premio Comisso per la narrativa), Azzurro, troppo azzurro (1996), Tutti contenti (2003, premi super Flaiano, super Vittorini, Chianti, finalista premio Città di Bari), Aiutami tu (2005, premio Mondello 2006), e il reportage La famiglia in bilico (2001), oltre a l’introduzione a La mite (1997) di Dostoevskij per i “Classici”.

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