Non c’è niente che riesca a turbare la tranquillità del Ragioniere. Meglio, del Ragioniere-Regista. In corsa non si muove ammiraglia che Giorgio Albani non voglia. E spesso lo vuole nel suo francese da lombardo di Monza, che soffia imperativi dentro la radio: ‟Remonter au peloton!”. Risalire al gruppo. Nessuno sa meglio di lui quel che accade in corsa. Viaggia ogni giorno seduto accanto al presidente di giuria nella prima macchina dietro al gruppo, con quattro canali radio che gracchiano in continuazione e con il cellulare che squilla sempre. Il suo compito è controllare la gara e impartire istruzioni a tutti (ammiraglie, meccanici, polizia, moto, fotografi e operatori Rai, medici): ‟La corsa va interpretata, io devo solo adeguarmi al momento, tutto qui, sapendo che i pericoli son sempre lì dietro l’angolo che ci guardano”. Il Ragioniere ha 77 anni, fu Brera a chiamarlo così, ‟perché quando correvo dovevo fare i conti con quel che avevo in tasca: troppa generosità e alla fine mi mancava lo spunto”. Questo Giro lo spiega a modo suo: ‟È già cominciata la prima trebbiatura”. Cioè? ‟È una corsa a eliminazione, tanti ci hanno già lasciato le penne, ma non vedo il corridore che dà il colpo del gnocàut”. Il Ragioniere parla così. ‟Remonter au peloton!”. Il francese l’ha imparato con Merckx, il suo figlioccio. Sì, perché prima di entrare nella direzione di corsa e dopo aver fatto il ragioniere in sella (vincendo 36 volte e ben 7 tappe al Giro), Albani è stato uno dei direttori sportivi più rispettati. La ‟malattia del pedale” gli è nata nel ‘44: ‟Una mia cugina aveva sposato un ciclista mica male, Crippa Salvatore, e io ho imparato da lui”. E da Magni, suo concittadino e ‟fratello maggiore”. Dal ‘60, messa in un angolo la sua bicicletta, Albani si dedica a quelle degli altri. Alla Molteni ha a che fare con gente come Motta (‟un vero puledrino”), Dancelli, Balmamion, Basso, che non era Ivan ma Marino. E nel ‘71 dalla Faema arriva il Cannibale belga: ‟L’Ambrogio Molteni gli ha fatto firmare un contratto di tre righe dove c’era l’obbligo di correre almeno una gara a tappe, libero lui di scegliere quale”. Le vittorie non si contano. Come si gestisce un Cannibale? ‟Gestire? Con gente così si può solo collaborare. Il Magni mi definisce un taja e medèga. Sa cosa vuol dire? Che ho sempre cercato la mediazione”. Ragioniere anche da d.s.? ‟Se anziché con la bicicletta lavoravo per una squadra di calcio, a quest’ora potevo comperarmi la Banca d’Italia, altro che ragioniere”.
Paolo Di Stefano

Paolo Di Stefano

Paolo Di Stefano, nato ad Avola (Siracusa) nel 1956, giornalista e scrittore, già responsabile della pagina culturale del “Corriere della Sera”, dove attualmente è inviato speciale, ha lavorato anche per “la Repubblica” e per la casa editrice Einaudi come editor. Ha insegnato Cultura giornalistica alla facoltà di Lettere dell’Università Statale di Milano. Tra le sue opere ricordiamo: la raccolta di poesie Minuti contati (Scheiwiller, 1990), l’intervista con Giulio Einaudi, Tutti i nostri mercoledì (Casagrande, 2001), il romanzo Nel cuore che ti cerca (Rizzoli, 2008), La catastròfa (Sellerio, 2011, premio Volponi), sulla tragedia di Marcinelle; Giallo d'Avola (Sellerio, 2013), Ogni altra vita (il Saggiatore, 2015), I pesci devono nuotare (Rizzoli, 2016), La parrucchiera di Pizzuto (con il nome di Nino Motta, Bompiani, 2017), Respirano i muri (con il fotografo Massimo Siragusa, Contrasto 2018) e il romanzo per ragazzi Sekù non ha paura (Solferino, 2018). Con Feltrinelli ha pubblicato i romanzi Baci da non ripetere (1994, premio Comisso per la narrativa), Azzurro, troppo azzurro (1996), Tutti contenti (2003, premi super Flaiano, super Vittorini, Chianti, finalista premio Città di Bari), Aiutami tu (2005, premio Mondello 2006), e il reportage La famiglia in bilico (2001), oltre a l’introduzione a La mite (1997) di Dostoevskij per i “Classici”.

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