Chi non pedala con i piedi, può sempre pedalare con le parole. Radio corsa pedala con le parole, raccontando in diretta gli sviluppi della gara. Attacchi e contrattacchi, scatti e controscatti, come quelli che ieri sono cominciati sin dal km 8, quando un drappello di corridori si è staccato dal gruppo. Se si scatta si stacca (l’avversario). Ma dopo lo scatto i battistrada possono essere riassorbiti (dal gruppo): oggi è successo a gran parte dei primi fuggitivi, che hanno perso contatto con le ruote degli altri. Non avevano una bella gamba, è evidente. Chi non ha una bella gamba prima o poi si impianta, dicono gli esperti. Per vedere se non hai una bella gamba ci vuole occhio, anche se nella crono di Pontedera un tecnico seduto sull’auto neutra (la macchina del cambio-ruote) seguendo la corsa di Basso continuava a dire: ‟S’è impiantato, non c’è dubbio”. Invece Basso ci aveva la gamba, eccome. Ha rimontato persino Cunego, che era partito cinque minuti prima: lui sì che si era impiantato. Può rimontare un corridore, ma può rimontare anche un’ammiraglia, quando il suo ciclista alza il braccio per chiedere soccorso. Se ‟rimontare” è un francesismo, l’ammiraglia (la macchina di una squadra, che segue la corsa) è italianissima: il termine fu inventato da Gianni Brera nel Tour del ‘49 per designare la macchina del d.s. Alfredo Binda. Brera era uno che a pedalare con le parole aveva una bella gamba, indubbiamente. Non pedalava mai in punta di sella, come Emanuele Sella oggi dopo la caduta. Prima pedalava danzando sui pedali (en danseuse). Gli incidenti sono dietro l’angolo. Ci sono anche quelli tecnici, va da sé. Quello che fa letteralmente tremare i meccanici è il rischio di spannare il pignone, che avviene quando si rompe il filetto di bloccaggio posteriore. Allora sono guai. Rischi di perdere la ruota (del gruppo) e chi s’è visto s’è visto. Ti tocca tirare per rimontare, altrimenti rischi di essere assorbito dagli inseguitori e il distacco dalla testa aumenta. Il distacco viene segnalato dal motociclista della lavagna: i francesi hanno un termine ad hoc. Il lardoisier ascolta i tempi dei cronometristi, li scrive sulla lavagna con un gessetto, scatta davanti ai ciclisti e solleva la lavagna con i minuti e i secondi. Il segnalatore è un’altra cosa: rimonta una decina di volte per raggiungere i punti pericolosi (una strettoia, una rotatoria), si piazza sul posto e sventola una bandiera rossa guardando dritto negli occhi i ciclisti che gli arrivano contro (magari a velocità folle). ‟Allungare le macchine, allungare le macchine!” è un urlo che può lasciare interdetti i profani. Ma le ammiraglie sanno bene che cosa significa se viene pronunciato in salita o in discesa, con voce alterata, da un direttore di corsa. Significa che le auto devono prendere il largo dai ciclisti in modo da non intasare la strada, specie nei tratti più impervi. Per fortuna c’è il régulateur (su moto gialla) che regola il traffico: impone i barrage (il blocco delle ammiraglie), decide chi deve rallentare, affiancare, superare o sparire per sempre dalla circolazione. Il régulateur del Giro è un veterano che si chiama Vito Mulazzani. Finora, senza fare una piega, si è bevuto il vento di dodici tappe e da domani si berrà il vento delle prossime nove. Se alla fine gli fischiano le orecchie forse non è solo perché sua moglie lo pensa. Régulateur, lardoisier, barrage: con le parole del ciclismo qualche volta anche noi pedaliamo (en danseuse) alla francese. Niente paura. Anche i francesi a volte pedalano all’italiana, perché non trovano una parola migliore di gregariò e di grupettò, i non grimpeurs (i non scalatori) che si attardano in coda e decidono di coalizzarsi per stare almeno nei tempi. Una volta dicevano autobus (il treno è quello che tira lo sprinter in volata). Poi devono aver pensato che quelli che in salita stanno sempre indietro ma che alla fine se la cavano fosse meglio chiamarli con un nome italiano.
Paolo Di Stefano

Paolo Di Stefano

Paolo Di Stefano, nato ad Avola (Siracusa) nel 1956, giornalista e scrittore, già responsabile della pagina culturale del “Corriere della Sera”, dove attualmente è inviato speciale, ha lavorato anche per “la Repubblica” e per la casa editrice Einaudi come editor. Ha insegnato Cultura giornalistica alla facoltà di Lettere dell’Università Statale di Milano. Tra le sue opere ricordiamo: la raccolta di poesie Minuti contati (Scheiwiller, 1990), l’intervista con Giulio Einaudi, Tutti i nostri mercoledì (Casagrande, 2001), il romanzo Nel cuore che ti cerca (Rizzoli, 2008), La catastròfa (Sellerio, 2011, premio Volponi), sulla tragedia di Marcinelle; Giallo d'Avola (Sellerio, 2013), Ogni altra vita (il Saggiatore, 2015), I pesci devono nuotare (Rizzoli, 2016), La parrucchiera di Pizzuto (con il nome di Nino Motta, Bompiani, 2017), Respirano i muri (con il fotografo Massimo Siragusa, Contrasto 2018) e il romanzo per ragazzi Sekù non ha paura (Solferino, 2018). Con Feltrinelli ha pubblicato i romanzi Baci da non ripetere (1994, premio Comisso per la narrativa), Azzurro, troppo azzurro (1996), Tutti contenti (2003, premi super Flaiano, super Vittorini, Chianti, finalista premio Città di Bari), Aiutami tu (2005, premio Mondello 2006), e il reportage La famiglia in bilico (2001), oltre a l’introduzione a La mite (1997) di Dostoevskij per i “Classici”.

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