Amnesty International ci presenta ancora una volta, nel suo ‟Rapporto 2006”, uno scenario di dolore, di violenza e di morte. Piuttosto che di universalità dei diritti umani dovremmo parlare di universalità della loro violazione. E dovremmo sottolineare la generale impunità degli oppressori, degli aguzzini e degli assassini: di tutti coloro che, protetti dalle impenetrabili barriere della loro potenza, devastano la vita di persone innocenti e ne spargono il sangue.
Le torture, le deportazioni illegali, le esecuzioni sommarie, la schiavitù, il maltrattamento dei rifugiati politici e degli immigrati, le esecuzioni capitali di minorenni e di disabili, i crimini di guerra sono in aumento costante. E vistose sono le lesioni dei diritti fondamentali tollerate o promosse dagli Stati occidentali sotto la copertura della ‟guerra contro il terrorismo”.
Dunque, il rapporto ufficiale di Amnesty International svolge un ruolo importante di riaffermazione dei diritti, di denuncia delle loro violazioni, di richiesta perentoria di riparazioni e di sanzioni. E si presenta all'opinione pubblica mondiale come l'espressione imparziale di un'etica della legalità internazionale non condizionata dai particolarismi delle sovranità statali. Un'etica umanitaria al di sopra delle parti. Tutto questo è largamente vero e sarebbe un errore sottovalutarne l'importanza. E tuttavia non si può tacere che il registro tematico delle indagini e delle denuncie di Amnesty International presenta anche in questo Rapporto una singolare distorsione. È impossibile trovarvi la denuncia - a carico delle grandi potenze occidentali e delle loro autorità politiche e militari -- di quello che il Tribunale di Norimberga definì nel 1946 il ‟crimine internazionale supremo”: la guerra di aggressione.
È il caso di ricordare, ad esempio, che quando nel 2003 le armate anglo-americane aggredirono l'Iraq, Amnesty International inviò moniti perentori a tutti i belligeranti richiamandoli al loro dovere di rispettare il diritto di guerra. Ma non disse una sola parola sulla illegalità della guerra di aggressione in quanto tale e sulla responsabilità criminale dei capi di stato che l'avevano scatenata. E si trattava di crimini che, se commessi su scala ridotta all'interno di uno stato, poniamo il Texas, avrebbero garantito ai loro autori un biglietto di sola andata per l'iniezione letale.
Dunque Amnesty International fa bene a denunciare le responsabilità del governo Berlusconi per la sua complicità con le deportazioni illegali della Cia; per la legislazione razzista - la 144 del 2005 - che tratta i migranti irregolari come criminali e li espelle senza provvedimento giudiziario; per l'assenza nell'ordinamento italiano di una norma che configuri il reato di tortura; per le deportazioni in massa di immigrati africani da Lampedusa alla Libia decise dall'ex ministro degli interni Giuseppe Pisanu. Ma dovrebbe aggiungere che la presenza delle truppe italiane in Iraq è l'espressione della complicità delle autorità politiche italiane con il ‟crimine internazionale supremo” commesso dagli Stati Uniti e dai loro più stretti alleati aggredendo l'Iraq.
Amnesty International avrebbe il dovere di intimare al governo italiano, che ha appena ottenuto la fiducia in Parlamento, di ritirare senza il minimo indugio i suoi reparti armati dall'Iraq. È del resto questa la condizione perché la maggioranza del popolo italiano saluti il nuovo governo come un governo che ripudia la guerra e che perciò rispetta l'articolo 11 della Costituzione (un articolo che il ministro degli esteri Massimo D'Alema vorrebbe sostanzialmente abrogare). È questa la ‟fiducia” che Romano Prodi deve sapersi conquistare.
Danilo Zolo

Danilo Zolo

Danilo Zolo ha insegnato Filosofia del diritto e Filosofia del diritto internazionale nella facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Firenze. È stato Visiting Fellow in numerose università inglesi e statunitensi e nel 1993 gli è stata assegnata la Jemolo Fellowship presso il Nuffield College di Oxford. Ha tenuto corsi di lezioni in Argentina, Brasile, Messico e Colombia. Nel 2001 ha fondato la rivista elettronica internazionale “Jura Gentium”. Fra i suoi scritti: Reflexive Epistemology (Kluwer, 1989); Democracy and Complexity (Polity Press, 1992); I signori della pace (Carocci, 1998); Invoking Humanity: War, Law and Global Order (Continuum, 2002); Globalizzazione. Una mappa dei problemi (Laterza,); La giustizia dei vincitori (Laterza, 2006). Per Feltrinelli ha pubblicato: Scienza e politica in Otto Neurath (1986); Il principato democratico (1992); Cosmopolis (1995); Lo Stato di diritto (con Pietro Costa; 2002); L’alternativa mediterranea (con Franco Cassano; 2007); L’alito della libertà. Su Bobbio (2008) e Sulla paura (2011).

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