Va bene il ciclista gentiluomo. Ma fino a un certo punto. Prima viene il ciclista, con il suo passato, la sua fatica, i simboli che si porta dietro: un figlio nato il giorno prima, Santiago, e la sua fotografia tenuta in tasca per 207 chilometri, con la speranza di esibirla all’Aprica, la terra di sua madre che non c’è più; il riscatto di un corridore di 28 anni che fino a ieri aveva vinto poco o niente e che con il Tour potrebbe entrare nella leggenda dopo Coppi e Pantani; una vita di sacrifici, come ripete spesso pensando a suo padre che continua a lavorare 15 ore al giorno nella macelleria di Cassano Magnago (Varese). È difficile pensare che negli ultimi tre chilometri dell’ultima tappa il geometra Ivan Basso potesse cancellare tutte queste ragioni. La progressione che ama sui pedali è un po’ la progressione della sua carriera. Per diventare il sovrano del ciclismo, Sua Altezza Ivan Basso ne ha dovuta fare parecchia di strada da quando a cinque anni ha avuto in regalo da suo padre la prima bicicletta e anche da quando, nel ‘98, è diventato campione mondiale Under 23. Parecchia strada e con qualche incidente di percorso, come quello del Giro 2005, quando sullo Stelvio si è fermato a vomitare. Lo Stelvio gli ha insegnato la prudenza: una cautela persino irritante quando, padrone assoluto di questo Giro, dopo ogni tappa in rosa continuava a frenare: ‟Non ho ancora vinto niente...”. Chi lo conosce bene non ha ancora finito di discutere su quel malessere dello Stelvio. Qualcuno sostiene che in realtà a Ivan non bastava pedalare per elaborare il lutto peggiore: la scomparsa di sua madre Nives, avvenuta qualche mese prima. Non lo sentirete mai parlare di quella vicenda. Solo ieri si è concesso un ricordo en passant: ‟Questi sono i luoghi che percorrevo in bicicletta da piccolo, durante l’estate, sono i luoghi della mia povera mamma”. Punto, fine. Ivan è fatto così, poche parole e via pedalare: se parla è per attenuare, smussare, distinguere. Era così anche quando rincorreva il cannibale Armstrong senza mai riuscire a raggiungerlo. È stata questa l’altra sfortuna di Ivan: avrebbe potuto vincere il Tour già l’anno scorso se non ci fosse stato il cowboy mangiatutto. Anche in Francia, una progressione fatale: undicesimo nel 2002, poi settimo, terzo, secondo. E nel 2006? Basso sa che la pazienza è la virtù dei forti. E preferisce volar basso a parole. ‟Vedremo. Per il momento mi godo la mia famiglia e i miei figli”. La sua famiglia è prima di tutto Micaela, che ha conosciuto in un centro estetico di Gallarate. Sua sorella Elisa, 24 anni e una bellezza portata con allegria (i ciclisti in partenza hanno sempre il riflesso automatico di voltarsi, e non solo loro), un giorno gli dice: ‟Madonna, ti si vedono in faccia i segni della fatica, perché non ti fai una lampada?”. Così ha incontrato la sua futura moglie: ‟Un colpo di fulmine”. Due figli: Domitilla, 3 anni e biondissima, Santiago, nato venerdì. Era stato programmato per il 29 maggio, ma il ragazzino ha voluto essere presente al mondo con il padre in rosa. Programmazione è una parola che conta moltissimo in questa storia. Specie da quando Ivan ha deciso, nel 2004, di mettersi nelle mani di un danesone come l’ex ciclista Bjarne Riis, team manager della Csc, destinato a diventare la sua ombra. ‟Un amico”. È la svolta. Il figlio del macellaio di Cassano Magnago acquista una dimensione internazionale grazie a una cieca fiducia nel polso duro del suo ‟capo” e dei ‟team building” invernali sul Mare del Nord che Bjarne gli impone. Roba da marines: 3 km di nuoto e tuffi da una scogliera di sei metri (per Ivan che odia il nuoto), 33 km di marcia, discese con la corda da una diga, 20 km di salita nei boschi e altro. Corsi intensivi per migliorare in crono. Persino sedute nella galleria del vento del Mit di Boston. E una squadra al suo totale servizio. Preparazione scientifica e terapia di gruppo. Da allora parla sempre al plurale: ‟Io e la squadra...”. E non dimentica mai di ringraziare educatamente i suoi compagni. Per stare con Riis ha rifiutato molti euro in più da un’altra squadra. L’”extraterrestre” di cui ieri ha parlato Simoni è un ragazzo che impazzisce per Mango (lo ascolta nel suo Mp3 quando si allena), un tifoso moderato del Milan, un atleta di 70 chili in un metro e 82. Definendolo un passista gli si farebbe torto, perché in montagna dà del filo da torcere a tutti. Il tutto condito da un’attenzione maniacale: se gli chiedete qual è la sua pietanza preferita vi dirà la pizza, ma va avanti a pasta in bianco e riso, filetti, verdura e poco altro. Anche sua moglie si è abituata a questa dieta. E poi c’è quel che si dice lo stile. L’eleganza del pedalare che somiglia all’eleganza dell’uomo che cammina, parla, sorride. Gli striscioni parlano chiaro: ‟Ivan 6 figo!”, ‟Ivan quanto sei bello!”... Le donne che lo vedono passare per le strade o alzare le braccia sul podio gradiscono il suo sguardo da bel tenebroso, il suo sorriso internazionale mai esagerato, l’inglese parlato con disinvoltura, il berretto con visiera da pilota da F1, il fisico adatto agli spot delle case di moda. Postmoderno, più Armstrong che Pantani, calmo, consapevole, determinato. La determinazione è la prima qualità che gli riconosce il suo vecchio allenatore di Castelfranco Veneto, Luciano Rui: ‟Già da piccolo pedalava 365 giorni l’anno”. Deve essere un pò la stessa ostinazione di suo padre Franco, vecchio patito di Moser che quando poteva portava la famiglia a vedere le tappe di montagna e che non ha chiuso un solo giorno la sua macelleria. Nemmeno da quando sua Altezza Basso guadagna un milione e 800 mila euro l’anno. E non la chiuderà nemmeno ora che ha comperato una casa in Svizzera (dalle parti di Lugano). E non la chiuderà nemmeno se Ivan vincerà il Tour. Del resto, non l’ha chiusa nemmeno ieri (salvo seguire il finale della tappa in tv) mentre suo figlio è apparso a tutti un po’meno gentiluomo del solito pur di passare il traguardo con la foto del piccolo Santiago.
Paolo Di Stefano

Paolo Di Stefano

Paolo Di Stefano, nato ad Avola (Siracusa) nel 1956, giornalista e scrittore, già responsabile della pagina culturale del “Corriere della Sera”, dove attualmente è inviato speciale, ha lavorato anche per “la Repubblica” e per la casa editrice Einaudi come editor. Ha insegnato Cultura giornalistica alla facoltà di Lettere dell’Università Statale di Milano. Tra le sue opere ricordiamo: la raccolta di poesie Minuti contati (Scheiwiller, 1990), l’intervista con Giulio Einaudi, Tutti i nostri mercoledì (Casagrande, 2001), il romanzo Nel cuore che ti cerca (Rizzoli, 2008), La catastròfa (Sellerio, 2011, premio Volponi), sulla tragedia di Marcinelle; Giallo d'Avola (Sellerio, 2013), Ogni altra vita (il Saggiatore, 2015), I pesci devono nuotare (Rizzoli, 2016), La parrucchiera di Pizzuto (con il nome di Nino Motta, Bompiani, 2017), Respirano i muri (con il fotografo Massimo Siragusa, Contrasto 2018) e il romanzo per ragazzi Sekù non ha paura (Solferino, 2018). Con Feltrinelli ha pubblicato i romanzi Baci da non ripetere (1994, premio Comisso per la narrativa), Azzurro, troppo azzurro (1996), Tutti contenti (2003, premi super Flaiano, super Vittorini, Chianti, finalista premio Città di Bari), Aiutami tu (2005, premio Mondello 2006), e il reportage La famiglia in bilico (2001), oltre a l’introduzione a La mite (1997) di Dostoevskij per i “Classici”.

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