Per trovare qualcuno che abbia vinto il Giro d’Italia con un vantaggio superiore a quello di Ivan Basso, bisogna risalire al 1965. Dominatore assoluto l’airone di Parma, Vittorio Adorni. Secondo Italo Zilioli a 11’26’’, terzo, a 12’57’’, Felice Gimondi, che era felice ugualmente perché era prof da poco, aveva 23 anni e quello era il suo primo Giro. Adorni aveva l’età di Basso, 28. Quell’anno il Giro si chiuse il 6 giugno a Firenze con una tappa di 295 chilometri. E Adorni era già in rosa da dieci giornate. Oggi è un pezzo grosso, presidente della commissione Uci-Pro Tour. ‟Fu un Giro molto duro - ricorda -, specie nella fase finale, un po’come l’ultimo. Ci furono anche parecchie tappe al Sud, con molte salite soprattutto in Sicilia. Poi, un trasferimento da Taormina a Milano. Vinsi la crono di Taormina arrivando al Teatro greco per primo davanti a Gimondi, che era mio compagno alla Salvarani”. Anche questa è una bella analogia con il 2006: la Salvarani, come la Csc di oggi, era la squadra tecnologicamente all’avanguardia. Stracciava le altre come spirito di gruppo e aveva un ‟capo” assoluto, come Bjarne Riis, che si chiamava Luciano Pezzi. ‟Le tappe importanti per me, come per Basso, furono due, oltre alla crono: arrivai da solo a Potenza staccando tutti. Poi vinsi il tappone dolomitico da Saas Fee a Madesimo, 282 chilometri: Sempione, Furka, San Gottardo, San Bernardino, Spluga. Arrivai con 3 minuti e mezzo di vantaggio su Taccone”. E poi c’è lo stile di corsa: ‟Anch’io, come Basso, non ero un grande scattista in salita, andavo bene in crono e pedalavo più di agilità che di forza. Diciamo che avevo il suo passo e la sua morfologia: io un metro e 84, lui uno e 82. Io andavo bene in discesa, mentre Ivan deve migliorare, ma la discesa è un fatto innato, una sensibilità che hai o non hai”. Gimondi era un altro tipo di corridore: ‟Era giovane, dormiva in camera con me. Arrivò sul podio”. Si rifece al Tour con gli interessi. Anche Adorni, come Basso oggi, puntò sul Tour. Ma le cose si misero male: ‟Gimondi non voleva neanche venire in Francia, perché il suo contratto prevedeva solo il Giro. Cercammo di convincerlo. Alla fine si fece un accordo a metà: la Salvarani gli ritoccò il contratto perché corresse una settimana. I primi giorni cercai di mandarlo in fuga per fargli vincere almeno una tappa”. Gimondi arrivò per primo a Rouen, nella terza tappa, indossò la maglia gialla e la riconquistò alla nona, a Bagnères-de-Bigorre. ‟Il giorno prima ci fu un trasferimento in treno e io andai a mangiare con altri corridori in una carrozza vicina per studiare le tattiche: credo fu un problema di carne o di uova..., mi dovetti ritirare prima del Tourmalet e con me si ritirarono altri 30 corridori compreso Van de Kerkhove, che era in giallo. Gimondi guadagnò la maglia gialla e fu ‘‘costretto’’a rimenere, così vinse il Tour. Quando la fortuna ti bussa alla porta...”. Ci auguriamo che le analogie tra Adorni e Basso si fermino al Giro. Ce la potrà fare Ivan al Tour? ‟Ha dimostrato di essere davvero forte, ha grande determinazione e un’ottima preparazione. Ma i Cunego, i Savoldelli e i De Luca al Giro sono stati inferiori alle attese. L’unico che ha resistito fino alla fine è stato Simoni, però ho l’impressione che Basso abbia corso con una paura dentro: la paura dello Stelvio dell’anno scorso, la paura dell’imprevisto che può capitare tutti i giorni. Per questo mi pare che non abbia mai dato il massimo, ha corso un po’con riserva, al 70 per cento delle sue possibilità. Avrebbe potuto fare l’impresa ma non ha voluto forzare per il timore di prendersi un’altra batosta”. Il Tour? ‟È più difficile. Quest’anno parte da favorito e avrà tutti contro. La sua squadra deve gestire bene i primi dieci giorni, dove non ci sono le salite che possano fare la differenza, deve stare attento alle cadute, poi con le salite toccherà a lui... Ora che si è tolto il peso della vittoria a tappe sarà forse più tranquillo. Ma non dimentichiamo Ullrich e Vinokourov, il kazako...”. Il caso Simoni? ‟Ridicolo. Doveva contare fino a dieci prima di parlare in tv. Se ce la faceva, poteva stare a ruota di Ivan... Certo, Basso avrebbe dovuto evitare di chiedergli di aspettarlo in discesa, perché l’avrebbe ripreso dopo. Se poi ci sono stati altri accordi in corsa che non sono stati rispettati, Simoni avrebbe dovuto prendere Basso in albergo, a quattr’occhi, e dirgli: la prossima volta te la farò pagare. Di solito si fa così”. Se vincerà il Tour, Basso sarà davvero un extraterrestre? ‟Dopo il Tour, prima di entrare nella leggenda, dovrà confermare di non essere una meteora”. Non avrebbe vinto abbastanza? ‟È arrivato tardi alla vittoria perché ha sbagliato usando grossi rapporti, come vogliono le teorie moderne. Poi al Tour ha visto Armstrong che pedalava in leggerezza e ha capito. Ora per fortuna pedala alla Lance e potrà sfruttare ancora meglio le sue qualità”.
Paolo Di Stefano

Paolo Di Stefano

Paolo Di Stefano, nato ad Avola (Siracusa) nel 1956, giornalista e scrittore, già responsabile della pagina culturale del “Corriere della Sera”, dove attualmente è inviato speciale, ha lavorato anche per “la Repubblica” e per la casa editrice Einaudi come editor. Ha insegnato Cultura giornalistica alla facoltà di Lettere dell’Università Statale di Milano. Tra le sue opere ricordiamo: la raccolta di poesie Minuti contati (Scheiwiller, 1990), l’intervista con Giulio Einaudi, Tutti i nostri mercoledì (Casagrande, 2001), il romanzo Nel cuore che ti cerca (Rizzoli, 2008), La catastròfa (Sellerio, 2011, premio Volponi), sulla tragedia di Marcinelle; Giallo d'Avola (Sellerio, 2013), Ogni altra vita (il Saggiatore, 2015), I pesci devono nuotare (Rizzoli, 2016), La parrucchiera di Pizzuto (con il nome di Nino Motta, Bompiani, 2017), Respirano i muri (con il fotografo Massimo Siragusa, Contrasto 2018) e il romanzo per ragazzi Sekù non ha paura (Solferino, 2018). Con Feltrinelli ha pubblicato i romanzi Baci da non ripetere (1994, premio Comisso per la narrativa), Azzurro, troppo azzurro (1996), Tutti contenti (2003, premi super Flaiano, super Vittorini, Chianti, finalista premio Città di Bari), Aiutami tu (2005, premio Mondello 2006), e il reportage La famiglia in bilico (2001), oltre a l’introduzione a La mite (1997) di Dostoevskij per i “Classici”.

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