Al ministro Ferrero.
Signor ministro, mi rendo perfettamente conto che la sua posizione nel governo non è facile. Quello che Lei ha detto sulla regolarizzazione dei migranti ha scatenato le prevedibile reazione della Casa della libertà, anche se, oggettivamente, sotto il governo Berlusconi, gli irregolari sono aumentati. D'altra parte, sappiamo benissimo che la Bossi-Fini non aveva affatto l'obiettivo di sbarrare la strada ai clandestini, ma di tenerli in una condizione di subordinazione e di paura. Come potrebbero andare avanti i cantieri, la raccolta di frutta e verdura, tante fabbrichette del nord est in crisi, gli stessi anziani bisognosi di assistenza senza queste straniere e stranieri sottopagati, ma timorosi del primo controllo per la strada?
Sappiamo anche che prima o poi i nodi verranno al pettine nel governo. Guardi un po' cosa è successo al povero Mussi per le staminali. La voce del Vaticano nel governo, Rutelli, l'ha subito bacchettato. E non parliamo delle polemiche sulla contro-manifestazione del 2 giugno. Figuriamoci che cosa succederà quando lei insisterà con le regolarizzazioni. L'accuseranno, anche nella maggioranza, di spalancare la porta ai clandestini. Lo chiamano effetto chiamata. Le diranno: ma non è un modo per incentivare le orde di stranieri che premono dal Maghreb e dall'Africa subsahariana? Beh, tenga duro.
Con tutte le difficoltà che le si prospettano, ci si mettono anche i nomadi irlandesi a fare cagnara a Cremona. Roba da matti. E, in ultimo, la rivolta con evasione nel Cpt di Torino. Diciotto clandestini, per lo più nordafricani, a piede libero per le vie della città, ammesso che non siano già sciamati per mezza val Padana. Se la Lega fosse al governo, Calderoli avrebbe già proposto di organizzare ronde e gruppi di vigilantes, come alla frontiera tra Usa e Messico. Magari le proporrà lo stesso.
Lei sa meglio di me come le rivolte ci sono dal 1998. Qualcuno c'è anche morto. L'anno scorso a Lampedusa hanno dovuto mandare persino i rinforzi. Ma sappiamo benissimo che finché ci saranno i Cpt le rivolte continueranno. È logico. Perché gente che non ha commesso reati dovrebbe essere contenta di farsi rinchiudere, due mesi per volta, in vere e proprie prigioni gestite da associazioni di dubbia moralità e sorvegliate dalle forze dell'ordine? Come disse qualche anno fa a un giornalista un marocchino dopo che l'avevano riacchiappato: mon ami, c'est la liberté. Non è un buon argomento questo, nell'epoca in cui molti, persino nel governo di cui lei fa parte, si dichiarano liberali?
Lei sa meglio di noi come i Cpt non servano a nulla. La corte dei conti ha dimostrato in modo inoppugnabile che l'Italia spende milioni di euro in Cpt per espellere poche migliaia di stranieri. A parte l'immoralità e l'illegalità dei Cpt, il risparmio di denaro non sarebbe un buon argomento, nel momento in cui ci invitano a stringere la cinghia, per farla finita con queste pseudogalere?
Per questo, la invitiamo a tenere duro e a proporre l'abrogazione dei Cpt. Guardi che ci sono moltissimi cattolici che la pensano come noi, anzi come lei, su questo punto. Una volta tanto diritti umani, fede cristiana e buona amministrazione stanno dalla stessa parte. Accidenti, non sprechiamo l'occasione.
Tenga duro, signor ministro.
Alessandro Dal Lago

Alessandro Dal Lago

Alessandro Dal Lago (Roma, 1947) ha insegnato e svolto attività di ricerca nelle Università di Genova, Pavia, Milano, Bologna e Philadelphia. Si è occupato di teoria sociale e politica, sociologia della devianza e dello sport, migrazioni internazionali ed etnografia urbana. Con Feltrinelli, La produzione della devianza (1981); Elogio del pudore (con Pier Aldo Rovatti; 1990); Non-persone (1999); La città e le ombre. Crimini, criminali, cittadini (con E. Quadrelli; 2003). Inoltre ha curato Carteggio 1926-1969 (di Karl Jaspers e Hannah Arendt; 1989); Archivio Foucault 2. Interventi, colloqui, interviste. 1971-1977 (1997; 2017); ha tradotto Aby Warburg (con Pier Aldo Rovatti; 2003) e ha scritto inoltre dei contributi a I signori delle mosche di Peter Warren Singer (2006) e a La solitudine del cittadino globale di  Zygmunt Bauman (2008).

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