Senti dire che bisogna proporre un No prudente, con molti distinguo, alla cosiddetta riforma costituzionale del centrodestra, per evitare di apparire conservatori che vogliono la vecchia Costituzione e basta.
Senti dire che forse è meglio votare Sì alla cosiddetta riforma costituzionale del centrodestra perché comunque non entra in vigore subito e resta tutto il tempo di cambiarla, negoziando alle Camere articolo per articolo, compresi i più insensati e i più assurdi.
Senti dire che, se si vuole un dialogo, bisogna cominciare dal referendum. Batterci, certo, per vincerlo, ma con lo spirito di chi vuole lavorare insieme a future e più rasserenanti modifiche, in modo da non spaventare gli entusiasti del cambiare tutto e cambiare subito.
Quindi, per carità (dicono alcuni), niente guerra santa intorno a questo tema, che è importante sì, ma non è la fine del mondo. Niente demonizzazione della riforma di destra che contiene molti punti interessanti per tutti. Fra questi punti ti citano spesso il ‟premierato forte”, ovvero più poteri al primo ministro, uno strano argomento che non senti mai, ma proprio mai, dalla parte dei cittadini.
È una vistosa limitazione della vita democratica, eppure, chissà perché, ogni tanto viene evocata anche a sinistra benché non ti dicano mai in quale stanza del centrosinistra l’esigenza di premierato forte sia stata partorita o raccomandata ad alta voce ai votanti di sinistra, o sia stata accettata, e in quale contesto.
Poi si usa il ricatto del numero dei deputati, drasticamente tagliato in solitudine dal centrodestra. Si dice, da un lato: e chi lo farà mai più un simile taglio se lo cancellate adesso? Dall’altro ci raccomandano quel taglio come se fosse il centro della riforma che adesso dobbiamo cancellare o approvare.
Infine si sostiene, soprattutto da parte di chi non ha un particolare titolo professionale o accademico o specialistico per dirlo, che la distruzione del Senato, ridotto a cameretta delle Regioni, è un toccasana che non va buttato via proprio adesso che c’è la possibilità di sgomberare il campo da una delle due Camere.
Ciascuno di questi argomenti viene invocato in modo isolato, scorporato dal quadro d’insieme della cosiddetta riforma, in modo che si perda il senso del tutto e si colga il particolare, che potrebbe far gola agli stanchi e delusi del Parlamento. Vogliono separarli dal brutto contesto politico nel quale sono stati votati minuziosamente tutti i 53 articoli che devastano la Costituzione, in modo obbediente, da ogni settore del centrodestra, e solo del centrodestra. Ora noi dovremmo dimenticarci dell’insieme e votare Sì, o lottare poco, perché attratti da alcuni oggetti separati, tirati fuori dal sacco sperando che luccichino agli occhi dei cittadini esausti, dopo cinque anni di non governo e di continua - benché infelice e perdente - campagna elettorale.
E invece noi diciamo: cittadini, ancora uno sforzo. La campagna elettorale finisce tra poco ma non è ancora finita. Non fino a che pesa su di noi una ipoteca che la Repubblica non è in grado di pagare. Quella che pignora e intende svendere tutta la seconda parte della Costituzione nata dalla Resistenza.
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Ecco i due quadri di riferimento a cui dovremo ispirarci nella campagna per il referendum. Da una parte la carta e lo spirito della Costituzione nata dalla Resistenza e dal ritorno alla libertà, una carta che in ogni suo punto prevede attentamente come impedire l’accentrarsi del potere che aveva travolto e distrutto il Paese, come attribuire una funzione centrale al Parlamento, come identificare il ruolo dei tre poteri distinti e fondamentali della democrazia (legislativo, esecutivo, giudiziario), come equilibrare il senso e il ruolo del Presidente della Repubblica con i poteri e i limiti del presidente del Consiglio.
Dall’altro una accozzaglia di articoli sovrapposti, ciascuno elaborato da distinte isole politiche, ciascuno con una sua diversa vendetta da realizzare: vendetta contro il passato antifascista e resistenziale italiano, vendetta contro l’unità del Paese, (una serie di disposizioni distruttive in luogo della secessione), vendetta contro la nitida separazione dei poteri, in odio al potere giudiziario, vendetta contro il delicato ‟check and balance” della buona Costituzione del 1948, devastata con l’invenzione di un primo ministro dittatore che ha in mano il ricatto di sciogliere le Camere quando qualcuno della sua maggioranza gli dà torto, e priva il Presidente della Repubblica della sua funzione di garanzia, indispensabile al buon funzionamento della macchina democratica.
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Per coloro che avessero dubbi sulla partigianeria - sentita e intenzionale - di questa mia esposizione dei fatti, invoco la lettura dell’editoriale di Angelo Panebianco (Corriere della Sera, 1 giugno). Ecco i suoi argomenti.
Primo: dire Sì, dunque approvare le malefatte della Casa delle Libertà contro la Costituzione del 1948, ‟vuol dire aprire uno spazio - con cinque anni per raggiungere un accordo - per una trattativa tra centrodestra e centrosinistra”.
Secondo: ‟Votare No vuol dire che la Costituzione torna ad essere immodificabile per parecchi decenni a venire, e dunque rende ancora più forte l’area dei conservatori costituzionali ad oltranza”.
Terzo: ‟Votare No vuol dire rispolverare l’ideologia resistenziale che vede nel premierato forte un ritorno al fascismo”.
Quarto: ‟Votare No impedirebbe di togliere poteri al Senato, che continuerebbe a fare leggi e a votare la fiducia ai governi”.
Coloro che si battono contro la rovinosa ‟riforma” della Costituzione dovrebbero fare tesoro dell’articolo di Panebianco e, anzi, ristamparlo e distribuirlo. Esso certifica, autorevolmente, da destra, la natura e l’intenzione anti-resistenziale (e anzi di disprezzo) per l’origine antifascista della Costituzione. Dichiara ‟conservatori” coloro che vogliono a tutti i costi impedire un regresso dalla unità alla frantumazione del Paese e dall’equilibrio dei poteri allo spadroneggiare di un primo ministro (specialmente nel periodo in cui il primo ministro in questione era qualcuno in grado di comprare, vendere e controllare il Paese a suo piacimento, e perciò ha rappresentato bene il pericolo da cui ci mette in guardia la Costituzione). Infine Panebianco afferma, con evidente salto logico e forte buco di coerenza e di connessione tra argomenti che, se non si accetta questa brutta riforma, la Costituzione non si potrà riformare mai più. Quel ‟mai più” o è ispirato a misteriose ragioni di fede in qualcosa che noi laici non conosciamo o è un puro non senso. Come dire che se in un luogo non si accetta la costruzione di un ecomostro in totale stridore con l’ambiente circostante, niente altro, in quel luogo, si potrà costruire mai più. Il gioco orwelliano di parole della destra berlusconiana qui viene osservato in pieno. È conservatore chi difende l’antifascismo, l’equilibrio dei poteri, la funzione centrale e integra del Parlamento, la parità di diritti di tutti i cittadini, evitando di far cadere milioni di essi nelle faglie delle aree più povere del Paese.
È riformista chi vuole rendere isolata e ridicola la figura del Capo dello Stato, mettere poteri stravaganti e del tutto estranei alle democrazie nelle mani del primo ministro, e costringere il Parlamento a identificarsi con la volontà dell’esecutivo, pena lo scioglimento delle Camere e il ritorno a casa di tutti i peones che non sanno stare al gioco. È riformista chi sovrappone, in un gomitolo intricato e confuso, poteri locali e poteri centrali, gettando sul piatto, per buon peso, anche le polizie locali, senza riguardo all’unità del Paese, alla sua storia e al costo immane, accuratamente ignorato, di tutta l’operazione. Ricorderete che - al momento della approvazione disciplinata e succube di quella ‟riforma”, salutata da An con la coreografia di bandierine tricolori, stando accanto alla Lega che ha sempre raccomandato di mettere il tricolore nel cesso - il politologo Giovanni Sartori aveva definito quella stessa ‟riforma” (detta anche ‟devolution” nel dialetto della Lega), come segue: ‟Uno schifo, uno schifo, uno schifo!”.
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Poniamo la lapide di Sartori a conclusione e commento delle argomentazioni sostenute dal professor Panebianco per conto della premiata Casa delle Libertà (che infatti nei giorni seguenti ha sbandierato quell’articolo come legittimazione finale) e ci spostiamo alle argomentazioni di un altro politologo, Gianfranco Pasquino (l’Unità, 2 giugno): ‟Argomentando il No senza tanti fronzoli, si rischia di essere definiti conservatori. Meglio essere conservatori che pasticcioni tecnicamente eversivi. Non ho dubbi che nella Costituzione vigente non esistono ostacoli al buon governo e neppure a una maggiore democratizzazione del sistema politico italiano. Il malfunzionamento dipende dai partiti e dalla legge elettorale.
Se, per esempio, la legge elettorale venisse malauguratamente costituzionalizzata, quindi sottratta a ogni tentativo di referendum abrogativo, allora non usciremmo mai più dalla legge attuale e non andremmo mai più nella direzione di un sano sistema maggioritario.
Se, per esempio, il Presidente della Repubblica dovesse essere eletto con una maggioranza di due terzi (come vuole la riforma costituzionale della destra, ndr), i parlamentari starebbero ancora votando. E alla fine, per uscire dall’impasse, finirebbero per convergere su una personalità di molto minimo comune denominatore, facile ostaggio non in grado di esercitare autorevolmente i poteri presidenziali”.
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Il No dunque appare urgente. In questo momento è il più profondo legame tra tutte le forze e le componenti dell’Unione. E non è una barriera che divide la destra dalla sinistra. Divide la democrazia dal tentativo di soffocarla dentro poteri deliberatamente squilibrati, sconnessioni pericolose fra potere dello Stato e poteri delle Regioni (con costi altissimi e confusioni infinite) e una pericolosa mancanza di coerenza e di simmetria con tutte le altre costituzioni europee e, più in generale, di tutte le democrazie del mondo.
Basta risalire alle ‟Carte Federaliste” che hanno preceduto la approvazione della Costituzione americana (a cui la nostra, se non vandalizzata, assomiglia molto nei suoi princìpi di garanzia delle libertà) per trovare una condanna risoluta e immediata del progetto di affidare al Capo dell’esecutivo gli strani poteri della riforma italiana. In un testo di Alexander Hamilton (1787) si legge: ‟Il sovrapporsi e il saldarsi della volontà dell’esecutivo con quella di un parlamento sottomesso, determina la fine della democrazia e la tirannia della maggioranza”. È ciò che accade affidando al primo ministro il potere di sciogliere le Camere a suo piacimento e in relazione alle sue vicende politiche.
Per l’Unione e per tutti i democratici italiani che intendono battersi per cancellare con il No una riforma costituzionale ‟sbagliata ed eversiva” (Pasquino), ‟uno schifo” (Sartori), un’offesa allo spirito resistenziale e antifascista contro cui si sta rivoltando il presidente emerito della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, la guida fondamentale è il riferimento alla Costituzione intatta, di cui ha parlato tante volte Carlo Azeglio Ciampi, e che tale è stata definita il 2 Giugno da Giorgio Napolitano.
Restano due impegni da affrontare. Sono un problema di chiarezza e un piano di organizzazione. La chiarezza richiede testi e interventi che possano coinvolgere i tanti italiani che chiedono, per partecipare, di sapere, di essere informati. Molti, troppi ancora non sanno.
L’organizzazione domanda l’impegno personale di noi tutti, ma anche il formarsi di coerenti catene di interventi, presenze, dichiarazioni, con e senza televisione. Dobbiamo tanti, tutti, lavorare a questa impresa che non è il beneficio elettorale di una parte da cui qualcuno uscirà avvantaggiato. Lo scopo è restituire all’Italia la sua Costituzione dunque la sua unità, dignità e libertà, che adesso sono in pericolo.
Furio Colombo

Furio Colombo

Furio Colombo (19319, giornalista e autore di molti libri sulla vita americana, ha insegnato alla Columbia University, fino alla sua elezione in Parlamento nell’aprile del 1996. Oltre che negli Stati Uniti, ha viaggiato a lungo in Asia e in America Latina. Ha scritto per molti giornali, da ‟Il Mondo” a ‟La Stampa”, a ‟The New York Review of Books” e ha realizzato decine di documentari e servizi giornalistici per la Rai. Ha diretto l’Istituto italiano di cultura di New York dal 1991 al 1994 e inoltre ‟L’Unità” fino all’inizio del 2005. È stato più volte deputato. Tra i suoi numerosi libri: America e libertà. Da Alexis de Tocqueville a George W. Bush (Baldini Castoldi Dalai, 2005), L America di Kennedy (Baldini Castoldi Dalai 2004), Manuale di giornalismo internazionale. Ultime notizie sul giornalismo (Laterza, 1999), insieme a Romano Prodi, Ci sarà unItalia. Dialogo sulle elezioni più importanti per la democrazia italiana (2006), La paga. Il destino del lavoro e altri destini (2009), Marco Alloni dialoga con Furio Colombo. Il diritto di non tacere (2011) e Contro la Lega (2012). Con Feltrinelli ha pubblicato La città profonda. Saggi immaginari su New York (1994).

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