Scendere, rinunciare alla vetta e provare a salvare una vita, oppure continuare a salire come se nulla fosse? Per Mark Inglis e l’altra quarantina di alpinisti che la settimana scorsa si trovavano a 300 metri dalla cima dell’Everest la domanda ha avuto solo una risposta. Tutti hanno continuato imperterriti. Nessuno si è fermato a prestare soccorso a David Sharp, un 34enne di Edimburgo che dopo essere già arrivato agli 8.848 metri del ‟tetto del mondo” aveva esaurito le bombole dell’ossigeno sulla via di discesa, si era accasciato esausto nella neve, senza neppure la forza di rimettersi i sopraguanti e ora stava lentamente morendo. Qualche ora è durata l’agonia dell’inglese. Si trovava abbondantemente al di sopra degli 8.000 metri del Campo Quattro presso il Colle Sud. Gli alpinisti lo chiamano ‟la zona della morte”, con l’ossigeno ridotto al 20 per cento rispetto a quello che si trova al livello del mare, il cervello in black out, il vento, il freddo e la voglia di dormire per sempre. Mark Inglis ha guardato preoccupato quel fardello di uomo steso presso le tracce nella neve alta. ‟Ho dato ordine a un mio sherpa che gli lasciasse la sua bombola dell’ossigeno. Di più non potevamo fare. Aiutandolo avremmo rischiato di morire anche noi”, si è spiegato. Lui, come tanti altri, che neppure hanno lasciato il loro ossigeno. Ma il suo caso fa discutere. Perché Inglis, 47 anni, di origine neozelandese, ha fatto parlare di sé. Privo delle due gambe (gli sono state amputate dopo un congelamento al Monte Cook nel 1982), è stato il primo salitore dell’Everest con una menomazione tanto grave. Sir Edmund Hillary, il primo conquistatore dell’Everest in assoluto con lo sherpa Tenzing Norgay il 29 maggio 1953, punta il dito accusatorio. ‟Noi non avremmo mai lasciato morire nessuno sulla parete. Nella nostra spedizione era chiaro che per un caso del genere saremmo tornati indietro. È una questione di priorità”, dice duro. Inglis si giustifica: ‟Sarebbe morto lo stesso e forse noi con lui”. Le ultime foto lo ritraggono sorridente sulla vetta, mentre mostra fiero le due protesi artificiali contro un cielo azzurro, immobile e perfetto. Durante la salita, verso i 6.400 metri, una delle protesi si era spezzata. Lui non si è scoraggiato. Ha zoppicato con l’aiuto degli sherpa sino alle tende dei campi alti e poi è riuscito a ripararla. Per un attimo anche lui ha vissuto il suo momento di gloria. Uno degli ormai tanti, tantissimi primati all’Everest. Ormai c’è quello del più giovane, un nepalese di 14 anni; del primo diabetico e per giunta insulina-dipendente; del primo non vedente; il record delle circa 17 ore impiegate per salire e scendere dal campo base. Il 23 maggio un giapponese, il settantenne Takao Arayama, ha alzato di un anno il primato dell’alpinista più anziano. Tutta gente che, come Inglis, era completamente assorbita dalla febbre della cima. Come le ormai centinaia di clienti delle cosiddette ‟spedizioni commerciali”, pronti a spendere tra i 70.000 e 100.000 dollari pur di salire sulla vetta più alta della Terra. Senza compromessi, costi quello che costi. Con gli sherpa che fanno la spola carichi di bombole d’ossigeno per far dormire meglio i clienti di notte. E le guide che fanno arrivare ai campi alti le più rare leccornie per gli inappetenti. Ed è proprio qui il grido di allarme lanciato da Hillary: la commercializzazione dell’Everest, che porta a stravolgere i valori dell’alpinismo sulla montagna che dovrebbe invece esserne il simbolo più puro. ‟Se oggi avessi 30 anni non andrei mai all’Everest. Cercherei solitudine e avventura sulle cime molto più basse dell’Antartide”, ripeteva a Katmandu nel 2003, durante le celebrazioni del cinquantesimo della sua salita. Sostiene Marco Albino Ferrari, direttore del bimestrale ‟Meridiani Montagne”: ‟Hillary ha ragione. Molte delle persone che oggi arrivano in cima all’Everest non sono neppure veri alpinisti. Magari bravi sportivi. Ma vogliono solo la cima, dimenticando il piacere della salita”.
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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