Il dolore irrompe sulla scena pubblica. Lo fa seguendo momenti difficili o tragici dell’esistenza – la nascita, il male di vivere, il morire. E questo accade grazie ad iniziative inattese e benvenute di alcuni ministri del nuovo governo.
Il parto con dolore e la sofferenza nell’aborto: ecco le iniziative per la generalizzazione dell’analgesia epidurale e il ricorso alla pillola Ru-486 annunciate da Livia Turco, al suo ingresso nel ministero della Salute. Un futuro di maggiori speranza e di migliori cure per chi soffre per alcune malattie o menomazioni: ecco l’iniziativa del ministro Fabio Mussi, che dà subito un senso al suo dicastero dell’Università e della Ricerca aprendo responsabilmente alla ricerca europea sulle cellule staminali embrionali. Il disagio esistenziale delle coppie eterosessuali e omosessuali che non vogliono o non possono ricorrere al matrimonio: ecco le aperture di Rosy Bindi nell’assumere l’incarico per la Famiglia.
a sofferenza che accompagna la malattia, i momenti finali della vita: ecco ancora Livia Turco che mette l’accento sulle terapie antidolore. Sullo sfondo, confermando la ineludibilità delle questioni di vita e ponendo nuove domande alla politica ed alle istituzioni, compaiono la Corte d’Appello di Milano, che torna sulla drammatica vicenda di Eluana Englaro, da dodici anni in stato vegetativo permanente, per la quale il padre chiede l’interruzione dei trattamenti che la tengono in vita; e le tremila persone in coma che vivono un precario destino negli ospedali italiani.
Non era mai accaduto che la vita, nelle sue varie sfaccettature, fosse oggetto di un consapevole "programma di governo". Non però una biopolitica che vuole impadronirsi dei corpi, e sottometterli. Non una tecnica giuridica fatta di proibizionismo, divieti, interdetti feroci, che negano l’autonomia delle persone, e la stessa loro umanità. Ma finalmente una politica che guarda alla vita con partecipazione, umana pietas, non identificandosi con il paternalismo o l’imposizione.
Esagero? Forse. E tuttavia una diversa dimensione della politica, che la riavvicini ai cittadini e la renda immediatamente comprensibile, esige che si valorizzi ogni indicazione che vada in questa direzione, che si cerchi di cogliere i possibili nessi tra azioni diverse che, proprio per questi legami, acquistano un senso più forte e profondo.
Chiediamoci, allora, perché questo stia accadendo. Le spiegazioni possono essere molte, ma vorrei metterne in evidenza una sola. Colpevolmente sacrificate nel numero e nelle attribuzioni, le donne del Governo, in compagnia di un maschietto, si prendono un’immediata rivincita culturale e politica, dando la prova di quel che la cultura femminista ha da tempo messo in evidenza – l’attitudine a far emergere ciò che l’occhio maschile non coglie o distorce, a guardare a fondo nell’umano, a produrre connessione e concretezza nelle soluzioni.
E’ solo un inizio, si dirà, e pure contrastato, difficile: non un traguardo raggiunto. Proprio per questo, perché su questi temi si annuncia un’aspra lotta politica, è indispensabile chiarire subito che, in realtà, non siamo di fronte a pezzi staccati, ad iniziative estemporanee, ma appunto ad un programma, forte perché nasce dalle cose. Così l’argomento di chi vuol respingere tutto questo, perché si tratterebbe di questioni non nominate nelle famose 281 pagine del Programma dell’Unione, rivela un’idea debole della politica, che si vorrebbe chiusa in negoziati ristretti, incapace di aprirsi ad una realtà mobile, e quindi incapace di produrre consensi reali, suscitare passioni, essere in sintonia con il mondo.
E’ una nuova condizione di libertà che si prospetta. L’accesso all’epidurale, alla pillola Ru-486, all’uso degli oppiacei offrono a ciascuno e a tutti la possibilità di liberarsi dal dolore. E consentono alle istituzioni di liberarsi dalla zavorra di una legislazione confusa e oppressiva; ed alla politica, in questo nuovo corpo a corpo con la vita, di liberarsi di tossine ideologiche e di improprie dipendenze dall’esterno.
Le critiche e le resistenze a questa linea già si sono manifestate, e non è certo il caso di sottovalutarle. Tuttavia, un consenso largo ha accolto la proposta di inserire tra i "livelli essenziali di assistenza" le tecniche di parto indolore, e davvero non credo che possa pesare la fedeltà alla condanna biblica "con dolore partorirai i figliuoli". La stessa logica, la rimozione del dolore inutile, è alla base della decisione di non porre ostacoli al ricorso alla pillola Ru-486 per l’interruzione della gravidanza. Qui le reazioni, tutte prevedibili, non si sono fatte attendere, ma subito hanno manifestato la loro debolezza. Pur avendo trasparenti motivazioni ideologiche, infatti, debbono arrestarsi di fronte al riconoscimento legislativo dell’aborto, che non può essere legato ad una particolare tecnica. E allora si risolvono in un parlar d’altro ("si pensi piuttosto a politiche per la tutela della maternità") o in ovvii inviti alla prudenza (cautela nell’impiego, nessuna imposizione alle donne), che nulla tolgono alla legittimità dell’iniziativa ministeriale.
Consenso anche all’annuncio della istituzione di un ricettario unico che comprenda i farmaci antidolore, finora inseriti in un ricettario speciale che determina lungaggini e pesantezze burocratiche, contrastanti con la condizione umana che si vuole lenire. Al tempo stesso è indispensabile intervenire sulla legge Fini-Giovanardi sulle tossicodipendenze che, tra i tanti guasti che sta determinando, complica le procedure per la prescrizione dei farmaci a causa della confusione tra sostanze stupefacenti e principi finalizzati alla terapia del dolore.
Una volta effettuata questa sacrosanta ripulitura delle regole giuridiche, però, è indispensabile investire nella formazione degli operatori sanitari e nell’organizzazione sanitaria, come ci dice la storia dei paesi che, a partire dalla Gran Bretagna, hanno più lunga esperienza nelle cure palliative. E, pur essendo evidente che la terapia del dolore può riguardare qualsiasi momento dell’esistenza, diventa particolarmente importante il ricorso ad essa nella sua fase terminale.
Nelle dichiarazioni con le quali le persone possono dar disposizioni proprio per il morire con dignità, i cosiddetti testamenti biologici, compaiono non soltanto indicazioni riguardanti i trattamenti ai quali non si deve ricorrere o che devono essere interrotti, ma pure richieste esplicite di ottenere terapie antidolore, anche se queste accelerano il momento della morte. Questo vuol dire che, insieme al nodo delle cure palliative, dev’essere sciolto anche quello, solo apparentemente più aggrovigliato, del pieno riconoscimento nel nostro sistema del testamento biologico. Le resistenze su questo punto sono assolutamente ingiustificate. Contrastano con il diritto attribuito ad ogni persona di decidere sulla propria salute, fino al rifiuto di cure. Contrastano con l’impegno esplicito assunto dall’Italia con la ratifica della Convenzione europea di biomedicina, nella quale si afferma che i medici devono riconoscere i desideri in precedenza espressi dai pazienti. Contrastano con i dati di realtà: i giudici milanesi sono impegnati in un complesso tentativo di ricostruire quali fossero, prima dell’incidente, le valutazioni di Eluana Englaro rispetto a situazioni drammatiche come quella in cui oggi si trova, operazione che non sarebbe necessaria se si diffondesse la cultura del testamento biologico.
Lungo questa linea, che si snoda seguendo il fine di contrastare l’inutile sofferenza, si collocano in diverso modo le prese di posizione di Fabio Mussi e di Rosy Bindi. Sono sempre le sofferenze del corpo che rendono non solo giustificata, ma sacrosanta, l’apertura verso la ricerca europea sulle cellule staminali embrionali, per le prospettive che essa può aprire per la cura di gravi malattie. Tra l’altro, la ricerca europea, subordinando i finanziamenti ad una serie di rigorosi requisiti, indica un modello che può far crescere ovunque i livelli di garanzie in questo delicato settore della ricerca.
Sono le sofferenze dell’anima, il disagio del vivere quotidiano, che rendono necessarie regole nuove per le unioni di fatto. La Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, votata anche dal nostro Parlamento, fornisce una indicazione precisa in questa direzione, che significa legittimità del riconoscimento pubblico di una realtà socialmente sempre più rilevante.
Se non mancheranno tenacia e coraggio, verrà pure il consenso largo per una politica che rinuncia ad essere crudele, per un legislatore che accorcia la sua distanza dalle persone.
Stefano Rodotà

Stefano Rodotà

Stefano Rodotà (1933-2017) è stato professore emerito di Diritto civile all’Università di Roma “La Sapienza”. Ha insegnato in molte università straniere ed è stato parlamentare in Italia e in Europa. È stato presidente del Garante per la protezione dei dati personali e del Gruppo europeo dei Garanti per la privacy, ha fatto parte del Gruppo europeo per l’etica delle scienze e delle nuove tecnologie. È tra gli autori della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. Tra le sue opere recenti: Il terribile diritto. Studi sulla proprietà privata (il Mulino, nuova ed. 1990), Tecnologie e diritti (il Mulino, 1995), Libertà e diritti in Italia dall’Unità ai giorni nostri (Donzelli, 1997), Repertorio di fine secolo (Laterza, nuova ed. 1999), Tecnopolitica (Laterza, nuova ed. 2004), Le fonti di integrazione del contratto (Giuffrè, nuova ed. 2004), Intervista su privacy e libertà (Laterza, 2005), Perché laico (Laterza, 2009), Che cos’è il corpo? (Luca Sossella Editore, 2010), Diritti e libertà nella storia d’Italia. Conquiste e conflitti 1861-2011 (Donzelli, 2011), Elogio del moralismo (Laterza, 2011), Il diritto di avere diritti (Laterza, 2012), La rivoluzione della dignità (La scuola di Pitagora, 2013). Con Feltrinelli ha pubblicato La vita e le regole. Tra diritto e non diritto (2006) e ha scritto la prefazione a La società sorvegliata (2002) di David Lyon e a La fecondazione proibita (2004) di Chiara Valentini.

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