Purtroppo non è vero che la celebrazione solenne della morte di un soldato esime dal chiedersi perché e come è morto quel soldato.
Fiumi di solennità, e anche vera e affettuosa solidarietà di tanti lasciano solo comunque il padre del primo caporale Pibiri, che dice: ‟Non ho perso un figlio alla Patria. Ho perso un figlio” (Tg 3, ore 19.00, 6 giugno). E lasciano segnati per sempre i tre feriti gravi nella stessa imboscata, che stanno ancora lottando nell’ospedale da campo di Camp Mittica, a Nassiriya, tra la vita e la morte.
Vita a Nassiriya perché? Morte in che modo? Il ministro della Difesa di questo governo non è un alieno. Non è un ‟loudspeaker” che ripete slogan, inni, e cose non vere, contando sulla gravità della voce per far credere che sta raccontando i fatti. Il ministro della Difesa di questo governo è un uomo che si emoziona, che si fa largo tra gli argomenti ufficiali come allargando una siepe, e cerca vere cose da dire a mano a mano che le conosce, che ammette ciò che non sa e si impegna a saperlo per dirlo senza giocare al soldato e senza espedienti da tuta mimetica.
‟La missione - dice con tutta la chiarezza civile che i cittadini si aspettano - è soggettivamente e intenzionalmente una missione di pace. Ma non siamo noi a definire il contesto”. Infatti i soldati italiani sono morti o feriti scortando un convoglio inglese che veniva chissà da dove, per andare chissà dove portando chissà cosa.
Quel convoglio è una perfetta metafora della guerra in Iraq in cui l’Italia si trova coinvolta. Siamo parte di un pezzo di storia che non ha né capo né coda. Siamo in una guerra che (per noi) non è mai cominciata e che continua a non finire.
Qui il protagonista non è la Patria o il destino di una nazione. Qui i protagonisti sono alcuni capi di governo che hanno contro il 70 per cento delle loro popolazioni (Bush, Blair). Oppure, come Aznar e Berlusconi, sono usciti di scena.
Sentite come giudica lo stato dei fatti il ‟New York Times”, nell’editoriale di domenica scorsa: ‟Quando il presidente Bush e il primo ministro Blair si incontrano, ci dicono che discutono dei progressi in Iraq. Ma i due leader che hanno fabbricato le ragioni di quella guerra dovrebbero invece spiegarci quando, dove, perché tutto è andato storto. Inutile fare i ‟cheerleaders” (gli animatori dello spettacolo). Inutile ripetere che la democratizzazione è in corso. Alcune formalità democratiche non fanno differenza quando da tutte le parti si continua a morire e - a volte - sono i nuovi poliziotti armati e addestrati da noi a uccidere, a fare stragi di loro connazionali”.
Sentite cosa dice, all’Herald Tribune, il sergente americano Christopher Bush (7 giugno): ‟Quando usciamo in pattuglia, le nostre sono missioni suicide. Morire o uccidere. La maggior parte dei nostri veicoli non sono neppure blindati”.
E’ dentro questa pozzanghera di sangue e di morte che correva l’altra notte il piccolo blindato del primo caporale Pibiri e dei suoi tre commilitoni, che è diventato un ammasso di lamiere alla prima esplosione di una serie di ordigni artigianali, forse preparati, forse improvvisati dalla guerriglia.
Contro gli italiani? Enfaticamente chi li ha mandati in Iraq pensando di alzare la statura internazionale dell’Italia o almeno dei suoi leader, ti dice: no, la guerriglia o gli ‟insurgents” (come dicono militari e giornalisti americani) aveva come obiettivo gli inglesi. Probabile.
Ma dov’è la differenza per il giovane militare italiano? Dov’è la differenza per il padre, che lo aspettava a casa a giorni e non dovrà più aspettarlo?
Siamo un Paese tradizionalmente bravo a celebrare i defunti, brutta eredità dei sovrani che se ne facevano vanto e li gettavano sui tavoli dei trattati. Rivediamo per un momento la storia dalla parte dei soldati vivi che - per solidarietà fraterna e umana prima ancora che per amore di Patria - vorremmo portare a casa vivi. Ecco quel che sappiamo.
Sappiamo che il nostro automezzo era alla testa di un immenso convoglio. Sappiamo che non c’è rapporto fra la dotazione militare inglese e la nostra. Tutti ricorderanno la morte del maresciallo Cola, facile obiettivo a bassa quota su un elicottero non corazzato. Allora, e adesso, ci spiegano che le nostre sono dotazioni leggere perché si tratta di una missione di pace. Ma nel caso Cola, l’elicottero non protetto stava volando in soccorso di una pattuglia non italiana attaccata. Dunque guerra. E nel caso del caporale Pibiri, il nostro mezzo non particolarmente blindato correva in testa ad un convoglio inglese di guerra.
Perché in testa? In un film una regola d’ingaggio del genere verrebbe descritta come ambigua e pericolosa. Chi apre un corteo di guerra prende sempre i primi colpi. O le prime bombe. Ha una funzione di cavia. Voluta? Sarebbe bene saperlo, conoscere regole e comandi. Onorare la nostra bandiera è prima di tutto mettere al sicuro i nostri soldati.
Che altro sappiamo? Sappiamo che la pace era nel cuore del primo caporale Pibiri (racconta il padre che stava risparmiando per comprare la casa e sposare Valentina). Ma dov’era la missione di pace, in quel convoglio di guerra, lungo un percorso di guerra, in un tipo di missione che anche i soldati americani definiscono ‟suicida”?
Sappiamo che Patria, e spirito di Patria, che alcuni, specie ai tempi del passato governo, ci esortavano sempre a celebrare, si radica nella parola ‟padre”. Il padre del primo caporale Pibiri guarda la telecamera e dice: ‟Ho perso mio figlio. Qualcuno può dirmi perché”? E’ la stessa frase che la signora Sheehan, che ha perso il figlio in Iraq ha rivolto per tutta la scorsa estate al presidente Bush senza ricevere alcuna risposta.
Patria non sempre, non solo vuol dire ‟sacro dovere di servire”, come piace ripetere a quelli di An. Vuole anche dire ‟sacro dovere di curarsi dei propri figli e di proteggerli”. Se sono soldati vuol dire che non li metti nelle mani di comandi, strategie, visioni e decisioni e ordini di cui non sai nulla. Vuol dire che comandi tu, Patria, vuol dire che decidi tu per i tuoi figli. E calcoli se e quale rischio si può correre, dove, quando, con quali mezzi.
Il resto sono discorsi di cordoglio. Onorano i morti ma non li resuscitano. E al padre del caporale Pibiri non bastano.
Guardiamo nel fondo angoscioso di questa storia e sappiamo che per noi questa guerra non è mai cominciata. Ma, adesso, che ci siamo dentro - non importa se con intenzioni di pace - non finisce. Ha scritto giustamente ieri il direttore di questo giornale: ‟Quando tornano? Noi vogliamo accoglierli quando tornano vivi. Dateci una data”.
Per questo ci sembra giusto rifiutare con sdegno le parole di Fini che ieri, alla Camera, ha detto - con l’aria del grande statista - rivolto al primo ministro Prodi: ‟Abbia la forza dei grandi. Riconosca di essersi sbagliato”. Lo diceva sulla bara del primo caporale Pibiri, che lui, Fini, aveva mandato dentro la guerra di altri. Lo diceva all’uomo politico che ha guidato tutta la sua attività politica e tutta la sua campagna elettorale, chiedendo e promettendo il ritorno dei soldati dall’Iraq.
Per questo ci sembra giusto rifiutare con sdegno la frase spaventosa pronunciata l’altro ieri, nella stessa occasione, dall’ex ministro della Difesa Martino, che si è permesso di dire: ‟Non credo al dolore e al cordoglio della sinistra. Sospetto che non sia sincero”.
Dovrebbe ripensare a se stesso, primo caso di un ministro della Difesa italiano, dal 1945, che mette la vita e il destino dei soldati italiani nelle mani di ignoti ufficiali inglesi che, per ragioni ignote, mandano davanti a un loro convoglio di guerra di ben 20 mezzi blindati un veicolo italiano che era sul posto per una missione di pace. Lo mandano a fare la scorta alla guerra. Lo mandano ad aprire la strada dentro la guerra.
No, la Patria non si è occupata del caporale Pibiri e del suo destino. E suo padre ha ragione: ha perso un figlio. Anche noi.
Furio Colombo

Furio Colombo

Furio Colombo (19319, giornalista e autore di molti libri sulla vita americana, ha insegnato alla Columbia University, fino alla sua elezione in Parlamento nell’aprile del 1996. Oltre che negli Stati Uniti, ha viaggiato a lungo in Asia e in America Latina. Ha scritto per molti giornali, da ‟Il Mondo” a ‟La Stampa”, a ‟The New York Review of Books” e ha realizzato decine di documentari e servizi giornalistici per la Rai. Ha diretto l’Istituto italiano di cultura di New York dal 1991 al 1994 e inoltre ‟L’Unità” fino all’inizio del 2005. È stato più volte deputato. Tra i suoi numerosi libri: America e libertà. Da Alexis de Tocqueville a George W. Bush (Baldini Castoldi Dalai, 2005), L America di Kennedy (Baldini Castoldi Dalai 2004), Manuale di giornalismo internazionale. Ultime notizie sul giornalismo (Laterza, 1999), insieme a Romano Prodi, Ci sarà unItalia. Dialogo sulle elezioni più importanti per la democrazia italiana (2006), La paga. Il destino del lavoro e altri destini (2009), Marco Alloni dialoga con Furio Colombo. Il diritto di non tacere (2011) e Contro la Lega (2012). Con Feltrinelli ha pubblicato La città profonda. Saggi immaginari su New York (1994).

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