Due parole di solidarietà per gli azzurri in Germania, che nella tempesta di Calciopoli devono pure sobbarcarsi l’accusa di schifare i tifosi e avere la puzza sotto il naso. Invece di firmare autografi e mandare baci col videofonino, invece di fraternizzare con il crocchio permanente di fan che circonda il loro ritiro, si allenano e cercano concentrazione, come tutti gli atleti del mondo. Fa parte della retorica (e della demagogia) italiana l’idea che la popolarità richieda, come contrappasso, il continuo pappa e ciccia con "la gente". La popolarità, piuttosto, richiederebbe responsabilità, e comportamenti esemplari in campo, ed è su queste lacune, magari, che si potrebbero muovere appunti ai calciatori. Non fa parte di questa esemplarità, invece, la rinuncia alla tranquillità e al ritegno, né prendersi gragnuole di pacche sulle spalle rende più ‟democratica” la figura del campione. Un tempo il rapporto tra pubblico e divi dello sport era meno rigonfio di promiscuità ed eccitazione, e quando ero bambino ricordo Mazzola, Emoli e Salvadore sulla spiaggia di Sanremo, bagnanti tra i bagnanti, lasciati in pace da (quasi) tutti. Oggi la venerazione dei tifosi è asfissiante, ma basta un niente per mutarla in iraconda delusione. In Germania, poi, con un supplemento ricattatorio di retorica, qualcuno agita lo spettro dei ‟nostri immigrati da non deludere”. Ammesso che le poche centinaia di picchettatori del ritiro azzurro siano rappresentativi dei ‟nostri immigrati”, spetterebbe anche a loro non deluderci, lasciando che la squadra si alleni in santa pace.

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