Lo straziante parto definitivo della compagine di governo (circa due torpedoni carichi carichi di ministri e viceministri) getta una luce sinistra sul sistema dei partiti a partire da un dato bruto: quello della loro smodata quantità. Una pletora di formazioni politiche che pretendono incarichi in misura inversamente proporzionale al loro modico peso elettorale, perché più si è piccoli più si teme di passare inosservati. Nel tourbillon di riforme elettorali, l’unica davvero utile sarebbe stata una bella soglia di sbarramento che cancellasse almeno i partiti a conduzione familiare, costringendoli ad accorparsi, semplificando almeno un poco il cast surreale che affolla la scena: siamo l’unico paese dell’universo con due partiti comunisti (in aggiunta, beninteso, a quello post-comunista), due partiti fascisti (spina nel fianco, si capisce, del partito post-fascista), due democrazie cristiane mignon, due partiti repubblicani (e qui si ride forte), due partiti dei pensionati (e qui ci si sbellica). E alle recenti amministrative, in una amena plaga lombarda (qualcuno dovrà spiegarmi, prima o poi, che cosa diavolo è successo alla Lombardia) si è presentato, con discreto successo, un partito nazista. Mancano, per ora, un partito giansenista e uno filo-marziano, ma bisogna dirlo a bassa voce altrimenti li fanno. Il sottosegretario filo-marziano avrà il naso verde a trombetta e rilascerà interviste telepatiche.

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