Il calcio è la lingua più parlata del pianeta. E i Mondiali sono il suo giubileo. Un gigantesco affresco intercontinentale nel quale Lucianone Moggi e relativo scandalo sono appena un dettaglio tra altri mille. Il dilemma se tifare per gli azzurri, e quanto, e con quali distinguo, è dunque pateticamente provinciale. Ognuno faccia come gli pare: tanto quello che conta (e quello che avvince, e tiene incollati al televisore) è un torneo seguito in simultanea dai beduini e dai giapponesi, dagli australiani e dagli ecuadoregni.
Far parte, con una nostra rappresentanza, di un consesso così vario e imponente è comunque un valore aggiunto molto piacevole, se volete una piccola vanità nazionale ormai di lungo corso. Ma andare a una festa del genere pensando alle nostre beghe di famiglia, e parlandone ad altissima voce, è perfino maleducato, indice di una mentalità piccina. Le nostre magagne hanno, in casa, un’ovvia rilevanza, ma in Germania contano quanto una notizia a una colonna. Quando ci si mostra in pubblico con una spina nel cuore, o con un grande casino in famiglia, si cerca comunque di sorridere e di portarsi bene: per dignità. Ovviamente, tifo azzurro.

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