Dicono che sia l’immagine più riprodotta di tutti i tempi: è finita su poster e magliette, su copertine di libri e cartoline, su tazze da caffè e francobolli, su anonimi murales e quadri famosi. E’ diventata il simbolo del radicalismo anti-establishment, della rivoluzione di popolo, della guerriglia latinoamericana, ma anche della celebrità pop, del radical-chic e della parodia kitsch. Probabilmente, dopo quello di Gesù Cristo, è il volto di uomo più universalmente conosciuto sulla terra, sebbene non tutti quelli che lo tengono appeso in camera da letto o lo esibiscono sul petto ne conoscano la storia. Ancora meno sono coloro che sanno come è nato questo clic d’artista, e adesso il Victoria&Albert Museum colma la lacuna con "Che Guevara, rivoluzionario ed icona", una mostra che ripresenta l’immagine in tutte le sue forme, aperta sino al 28 agosto prossimo a Londra.
La foto è quella scattata dal cubano Alberto Korda il 5 marzo 1960 all’Avana, al funerale di ottantuno "barbudos" castristi uccisi il giorno prima nell’esplosione di una nave, forse un attentato ordito dalla Cia. C’erano Fidel Castro, un mare di migliaia di persone, in mezzo alla folla visitatori illustri come Jean-Paul Sartre e Simon de Beauvoir. E soprattutto c’era lui, Ernesto "Che" Guevara. Korda, fotografo personale di Fidel ma con un passato nella moda, colse al volo con la sua Leica lo sguardo enigmatico che esprimeva il carisma del guerrillero heroico, come venne più tardi ribattezzato il ritratto. Anni dopo, il fotografo disse che Guevara, in quel momento, gli era apparso come un ‟hombre encabronado y dolente”, corrucciato e triste. Ma non si rese subito conto di avere creato un’icona. La foto rimase a lungo appiccata con lo scotch al muro del suo studio, finché un giorno un editore italiano amico di Fidel e sostenitore dei movimenti di lotta popolare, Giangiacomo Feltrinelli, andò a trovarlo, ne ricevette una copia in dono e se la portò a Milano.
In principio, il "guerrigliero eroico" adornò una serie di poster, fatti stampare da Feltrinelli con l’idea di proteggere il "Che", all’epoca ancora vivo, attraverso la consapevolezza internazionale della sua vulnerabilità, come il figlio di Giangiacomo, Carlo Feltrinelli, ha raccontato nel libro autobiografico "Senior Service". Rammenta oggi Carlo: ‟Fu mio padre ad attaccare di persona il poster del "Che" allo stand Feltrinelli alla Fiera del libro di Francoforte, proprio nei giorni in cui circolavano le prime voci secondo cui Guevara era stato ucciso in Bolivia”. In seguito, poco per volta, a partire dalla fine degli anni Sessanta l’immagine si diffuse e moltiplicò, ricoprendo souvenir e capi d’abbigliamento, servendo campagne pubblicitarie che niente avevano a che fare con Cuba o il radicalismo: Korda fece causa a una marca di vodka, e ottenne un rimborso, affermandosi favorevole alla riproduzione dell’immagine per propagare la memoria del guerrigliero eroico ma categoricamente contrario allo sfruttamento del ritratto per promuovere prodotti come l’alcool. Il comandante "Che" Guevara sarebbe stato certamente d’accordo.
Enrico Franceschini

Enrico Franceschini

Enrico Franceschini (Bologna, 1956), giornalista e scrittore, è da più di trent'anni corrispondente dall’estero per “la Repubblica”, per cui ha ricoperto le sedi di New York, Washington, Mosca, Gerusalemme e attualmente Londra. Nel 1994 ha ricevuto il Premio Europa per le sue corrispondenze sul golpe di Mosca. Per Feltrinelli ha pubblicato La donna della Piazza Rossa (1994), Russia. Istruzioni per l’uso (1998), Fuori stagione (2006), Avevo vent’anni. Storia di un collettivo studentesco. 1977-2007 (2007), Voglio l’America (2009), L’uomo della Città Vecchia (2013) e Scoop (2017).

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