Qualche tempo fa Gino Strada mi ha chiesto di andare con lui a Kabul. Avrei potuto vedere gli ospedali, gli ambulatori, lo straordinario lavoro di Emergency in quel Paese splendido e sfortunato che è sempre stato parte del ‟grande gioco” (la definizione di Kipling) dei Paesi coloniali.
Sfortunatamente l’evento non si è realizzato. Rimpiango l’occasione perduta leggendo oggi l’intervista a Gino Strada (”Restare a Kabul è un errore” di Fabrizio Roncone, ‟Corriere della Sera”, 15 giugno).
A differenza che nel passato, Gino Strada sa che sta parlando ad amici, a un governo che non ha e non vuole avere altra ambizione o impegno se non di essere di aiuto alla gente che chiede aiuto, nelle aree del disastro internazionale. Quelle aree si stanno allargando. Pensiamo alla Somalia, tra feroci signori della guerra e Corti islamiche. Pensiamo al Darfur, la tormentata e immensa regione del Sudan dove la regola è stupro e uccisione di donne e bambini.
A differenza che nel passato, Gino Strada non ha di fronte a sé un governo ansioso solo di servire un altro governo a occhi chiusi e senza domande e dunque di ubbidire pur di farsi elogiare e di celebrare, se necessario, esequie di Stato da usare come ricatto per chi si oppone alla antica mentalità della guerra.
A differenza che nel passato l’Italia è adesso governata da persone che hanno deciso di far rientrare tutti i soldati dall’Iraq per drammatiche, urgenti, inevitabili ragioni che rendono l’Iraq diverso da ogni altra missione italiana: una guerra mai votata o approvata dall’Italia (e ormai respinta dai due terzi del popolo americano). Una strategia mortale che non poteva portare, e non ha portato, ad alcun risultato contro il terrorismo.
L’Iraq è una serie di vicende su cui esiste un totale black out informativo e di cui non sappiamo nulla. È una situazione politica e militare di cui siamo soltanto passivi esecutori. Infatti il precedente governo aveva messo i nostri soldati agli ordini di ufficiali e generali di altri Paesi, dando loro autorità assoluta sulla vita e sulla morte degli italiani (la morte, per esempio, del primo caporale Pibiri).
E aggiungendo ad accordi così inaccettabili, altri accordi non comunicati al Parlamento (dunque segreti) sulla permanenza indefinita di soldati italiani lasciati in pegno di fedeltà, in uno spirito di subordinazione medievale.
Gino Strada vede da vicino e sul posto l’orrore quotidiano a Kabul e indica anche il pericolo grave e costante in cui vivono i soldati italiani.
È giusto. Ma quel pericolo è dalla parte opposta del quotidiano pericolo di vita della gente afghana? Il ritorno dei talebani non è una minaccia sentita e condivisa? Le bambine che sarebbero subito strappate dalla scuola, le donne che - burka o non burka - sarebbero espulse immediatamente da ogni aspetto di vita che non sia la prigionia nelle case, pensano anch’esse i soldati italiani come a truppe occupanti? Se sì come evitarlo senza abbandonare le vittime? E da cosa deriva una simile tragica percezione, visto che in Afghanistan gli italiani, insieme a tanti europei e agli spagnoli di Zapatero, hanno autonomia di comando, di responsabilità, voce in capitolo e sono in grado di ricevere direttive politiche da questo governo, un governo che non è disposto a fingere, mentire e obbedire?
Adesso, con questo governo, è tornata intatta, ed è doverosa, la capacità di dibattere le condizioni politiche della nostra presenza, una situazione che invece in Iraq è impedita fin dall’inizio da una piena subordinazione, da un cieco dovere di ubbidire a strategie sconosciute.
Per esempio Guantanamo. Europa e Italia hanno il dovere e l’impegno di farne un punto essenziale di opposizione e contestazione, anche perché la perdita di credibilità, di prestigio del più potente Paese del mondo è un danno gravissimo, visto che ci sono tante altre situazioni di disastro da fronteggiare e arginare per salvare popolazioni perseguitate.
Avremmo dovuto esserci in Rwanda, in Sierra Leone? Dovremmo o no essere presenti in Darfur?
Gino Strada fa notare con vigore che manca un’idea di presenza e intervento che non sia militare. Lui stesso ha mostrato l’alternativa: ospedali e cura per i corpi martoriati delle vittime che nella guerra possono soltanto moltiplicarsi, e che ormai sono, in numero immenso, donne e bambini.
Ma ora che l’Italia torna ad avere una forte e credibile voce politica, e torna dunque ad esistere come soggetto internazionale e non come esecutore di ordini non potrebbe cominciare una fase nuova del rapporto con gli alleati, una fase in cui l’Italia, come la Spagna e, sperabilmente, come tutta l’Europa, esercita una funzione politica che discute e cambia le strategie, in modo da trasformare la presenza in garanzia invece che in occupazione?
Mi ostino a illudermi che sia possibile. Perché mi domando, altrimenti: dobbiamo pensare che non ci sia risposta al Darfur degli stupri quotidiani, che non ci sia protezione per i Somali, attanagliati tra i signori della guerra e le Corti Islamiche, che l’immensa strage del Rwanda sia il tragico monumento all’inevitabile? Non abbiamo forse il dovere di tentare il guado fra un prima - di prepotenza contro prepotenza e di guerra contro guerra - e un dopo in cui il mondo non volta mai le spalle all’orrore e all’abbandono, ma resta fermamente deciso a non creare altro orrore e altro abbandono?
Trasformo queste domande angosciate e senza risposta in questa altra, che rivolgo a me stesso. Se fossi io, oggi, da solo, a decidere direi ‟via tutti dall'Afghanistan” qualunque cosa succeda alla popolazione, alle donne, alle bambini? O invece direi: poiché noi ci siamo, abbiamo il dovere di fissare insieme i criteri del nostro stare qui per aiutare e garantire, abbiamo il compito di svolgere un ruolo sempre più politico e sempre meno militare, sempre più alla pari e sempre meno da ‟autorità straniere che vanno e vengono senza sapere” (Kipling)?
Il lettore ha capito quale risposta darei. E ha capito che la dedico con rispetto e affetto a Gino Strada e al suo lavoro che ha l’unica strategia di salvare esseri umani. La speranza un po’ folle è di unire due percorsi: quello del suo ospedale e quello di una umana e responsabile decisione politica che non sia di abbandono.
Furio Colombo

Furio Colombo

Furio Colombo (19319, giornalista e autore di molti libri sulla vita americana, ha insegnato alla Columbia University, fino alla sua elezione in Parlamento nell’aprile del 1996. Oltre che negli Stati Uniti, ha viaggiato a lungo in Asia e in America Latina. Ha scritto per molti giornali, da ‟Il Mondo” a ‟La Stampa”, a ‟The New York Review of Books” e ha realizzato decine di documentari e servizi giornalistici per la Rai. Ha diretto l’Istituto italiano di cultura di New York dal 1991 al 1994 e inoltre ‟L’Unità” fino all’inizio del 2005. È stato più volte deputato. Tra i suoi numerosi libri: America e libertà. Da Alexis de Tocqueville a George W. Bush (Baldini Castoldi Dalai, 2005), L America di Kennedy (Baldini Castoldi Dalai 2004), Manuale di giornalismo internazionale. Ultime notizie sul giornalismo (Laterza, 1999), insieme a Romano Prodi, Ci sarà unItalia. Dialogo sulle elezioni più importanti per la democrazia italiana (2006), La paga. Il destino del lavoro e altri destini (2009), Marco Alloni dialoga con Furio Colombo. Il diritto di non tacere (2011) e Contro la Lega (2012). Con Feltrinelli ha pubblicato La città profonda. Saggi immaginari su New York (1994).

Vai alla scheda >>

Torna alle altre news >>