Le notizie sul prossimo scioglimento dell’intreccio azionario tra Fiat e Mediobanca, al quale potrebbe seguire la cessione della quota Pirelli nella banca d’affari, arrivano a pochi giorni di distanza dalle Considerazioni finali con le quali il governatore Mario Draghi preannuncia l’impegno della Banca d’Italia a proporre al Comitato interministeriale per il credito e il risparmio una revisione della disciplina delle partecipazioni bancarie nelle imprese. Nella visione di Draghi, la svolta si accompagna a una governance più rigorosa per tutelare la stabilità degli intermediari e gestire in modo trasparente e corretto i conflitti di interesse che il Testo unico del 1993 individua tra la banca e i soci-clienti (i ‟debitori di riferimento”, secondo l’insuperata malizia di Sergio Siglienti) e con altre banche concorrenti e tuttavia presenti nell’azionariato di comando come, nel caso di Mediobanca, sono da due lustri Unicredito e Capitalia. Finanza e regolazione, dunque, si rincorrono. E ancora una volta Mediobanca fa da cartina di tornasole delle contraddizioni tra il dire e il fare, innescate dai sempre mutevoli equilibri del potere e dalla ferrea logica dei bilanci. E perciò stesso offre materia di riflessione anche al governo Prodi, chiamato a valutare la ricetta Draghi. Mediobanca è stata il punto d’intersezione tra capitale industrial-finanziario e capitale bancario. Per decenni, i più stridenti conflitti d’interesse sono stati governati in silenzio da una dirigenza così forte da sovrastare i soci eccellenti; poi, nel 1988, sono stati fatti emergere da Romano Prodi con la rivelazione dei patti parasociali segreti; quindi sono esplosi tra il 2000 e il 2003 con la scomparsa di Enrico Cuccia e le dimissioni forzose di Vincenzo Maranghi, e tuttora non possono dirsi risolti. Per chiarezza, va precisato che alcune imprese si allontanano da Mediobanca non tanto per calvinismo industrialista, che richiederebbe maggiori coerenze, quanto soprattutto per bisogno di soldi. Nel caso Fiat tutto comincia con Mediobanca che vuol cedere le sue azioni Ferrari. Poiché Torino non intende quotare il Cavallino in Borsa, Mediobanca fa scattare la clausola contrattuale che obbliga Fiat a ricomprarsele. Per far fronte all’esborso, oltre 800 milioni, Fiat vende la sua piccola banca di Lugano e la quota di Mediobanca. Ragioni analoghe spingono Pirelli a monetizzare il seggio in piazzetta Cuccia (o quello in Capitalia). Mediobanca, a sua volta, esce da Ferrari perché quell’investimento rende il 7-8% (l’exit avverrà al prezzo d’ingresso più gli interessi di mercato maggiorati di 4 punti) quando il capitale investito in altre attività dell’istituto può dare di più. Seguendo questa logica è facile immaginare altre dismissioni, magari senza fretta perché il venditore non ha bisogno. Del resto, nel momento in cui Mediobanca non è più la ‟banca di casa”, lo scioglimento dell’intreccio con soci non privi di problemi evita il possibile imbarazzo di dover dire dei no a difesa della liquidità lasciata in eredità da Cuccia e Maranghi e rimpolpata dai successori. È su nodi come questi e sul ruolo del credito nei leveraged buy out che si attende la nuova linea della Banca d’Italia. Un conto, infatti, è allentare i freni per varare nuove iniziative a sostegno dello sviluppo. Mettere i banchieri provveduti nelle condizioni di competere senza handicap regolatori con i colleghi di Goldman Sachs o Morgan Stanley è inevitabile e saggio. Un altro conto, invece, sarebbe accentuare la tendenza delle banche italiane a finanziare scalate a debito di monopoli più o meno ex, come si è fatto con Telecom Italia e Autostrade: iniziative legittime, beninteso, ma poco utili per il Paese. Un altro conto ancora sarebbe consentire, attraverso la trasformazione dei crediti inesigibili in azioni per quote anche superiori all’attuale limite del 15%, il salvataggio dei responsabili delle crisi. Come si sa, le crisi derivano dal sommarsi degli errori di imprenditori e banchieri. E allora la stabilità degli intermediari e la crescita dell’economia vengono garantite da regole che facciano emergere le responsabilità degli erranti in capo alle banche e alle imprese allo scopo di evitare collusioni pericolose a carico del risparmio degli italiani. La Mediobanca di Cuccia, qualche volta, i padroni incapaci o gravemente sfortunati li ‟licenziava”. E’augurabile che il nuovo regime, in rodaggio dal 1993 e ora alla ricerca di una sua più compiuta definizione, sia in grado di fare meglio e di più.
Massimo Mucchetti

Massimo Mucchetti

Massimo Mucchetti (Brescia, 1953) è oggi senatore della Repubblica. Ha lavorato al “Corriere della Sera” dal 2004 al 2013. In precedenza, era stato a “l’Espresso” per diciassette anni. E prima ancora a “Mondo economico”. Gli esordi furono nel quotidiano in cooperativa “Bresciaoggi”, di cui è stato uno degli amministratori. Per Feltrinelli ha pubblicato: Licenziare i padroni? (2003), un’analisi critica di come i principali gruppi privati hanno sprecato la grande occasione degli anni novanta; Il baco del Corriere (2006), storia dell’evoluzione della proprietà del “Corriere della Sera”, dalla fondazione fino allo spionaggio in via Solferino a opera della security di Telecom Italia; Confiteor. Potere, banche e affari. La storia mai raccontata (con Cesare Geronzi; 2012).

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