Per ore il Senato della Repubblica è stato tenuto in ostaggio con tutti i senatori dentro, come un aereo dai terroristi. L’autore del dirottamento di una delle due Camere è il senatore di Forza Italia Malan. Ha lanciato con forza il volume che contiene il regolamento del Senato. Ha mancato la testa del presidente Marini, ma a quel punto al presidente non restava che espellerlo.
Però Malan non è uscito o fatto uscire mentre scrivo. Alle ore 19, è ancora in aula, circondato dai suoi (Malan ha abbandonato l’aula solo alle 20.30, ndr). Chi, tra i lettori, ha avuto l'occasione di vedere la triste, lunga, costosa, inutile seduta del Senato durata un giorno in televisione, sa che il senatore Malan non ha commesso un gesto solitario e sconsiderato, tutti i senatori del centrodestra erano in piedi urlando e insultando all’indirizzo del presidente del Senato e del banco del governo quando Malan ha eseguito il lancio del volume (541 pagine) contro la testa di Marini.
La sequenza è questa.
Fino alle 12.30 il Senato, in aula da due ore, ha votato la fiducia sul primo dei due decreti del governo (il cosiddetto ‟spacchettamento” dei ministeri, che si rende necessario perché funzioni prima esercitate da un solo ministro, a volte, nella nuova compagine, prevedono due funzioni). Subito dopo Vannino Chiti, ministro dei Rapporti con il Parlamento, avrebbe dovuto informare l’aula della richiesta di un secondo voto di fiducia. Il regolamento (quello stesso che Malan ha lanciato contro il presidente del Senato) è chiarissimo: il presidente dà la parola al governo, il governo fa il suo annuncio (richiesta di voto di fiducia) e si apre la discussione. Avrebbe occupato l’intero pomeriggio e la mattina di giovedì, dunque, come è naturale, con un ampio spazio per l’opposizione.
La destra sa benissimo di avere ripetuto questo rito ben quarantasette volte, mentre l’Unione era all’opposizione. Sempre obiezioni e proteste mai incidenti. Questa volta invece l’urlo, di tipo calcistico, è stato immediato, non appena Chiti si è alzato per parlare. La pretesa, tipica di quel gruppo di persone, era ‟prima parliamo noi”. Poiché il regolamento dice il contrario, Marini ha tenuto duro. Ma Chiti non ha mai potuto parlare.
La scenata è stata così violenta, maleducata, strana, inutile (tutti avrebbero potuto parlare subito dopo) che si è sentito dire di un malore che avrebbe colpito Schifani, uno dei più impegnati nel tentativo di paralizzare il Senato.
Va notato un fatto che non ha precedenti. Accade che un deputato debba essere espulso, quando, a norma di regolamento, viene ordinato dal presidente di una Camera, e accade a volte che ciò debba avvenire ad opera dei commessi che scortano e - se necessario - forzano il parlamentare riluttante a uscire.
Non è accaduto e, benché testimone oculare, non saprei dire perché. Quando la folla urlante (che non era composta da ragazzi scriteriati ma da senatori della Repubblica) si è diradata, Malan era al suo posto, circondato da una falange dei suoi. Sarei tentato di dire ‟i peggiori dei suoi”, visto che si sono resi responsabili di un atto che, da quel momento, paralizzava i lavori. Come accade in ogni gioco, club o regolamento, qualunque adulto sa che non è il torto o la ragione a decidere, ma la persona di chi ha la responsabilità delle regole. Qualunque adulto sa che la sua reputazione è in gioco solo se si ribella, se - come dire - non sta al gioco. In tal caso, infatti, il suo comportamento appare stupido (il comportamento) e ricattatorio (costringe alla presenza inoperosa tutti i colleghi) senza alcuna connessione con le ragioni che intende far valere.
Qui, adesso, però non è in discussione il gesto teppistico. Ciò che diventa chiaro è il disegno: avendo fallito nelle urne, avendo appena perduto tutto (era merce avariata, ma non avevano altro) con il risultato schiacciante del referendum, passano a vie di fatto. Non hanno un popolo (che da cinque elezioni gli vota contro) e allora cercano di rendere inagibile, con le urla, le scenate continue, se necessario la violenza fisica, l’aula del Senato.
È frequente nel mondo che il Parlamento di un Paese democratico sia diviso da pochi voti. Ma poiché la democrazia è una rete di regole condivise, per funzionare, come in ogni gruppo umano, basta seguire le regole.
Nel Senato americano la maggioranza dei repubblicani di Bush è di due voti. Bush non vince sempre, nel suo Senato, ma non perché qualcuno si abbandona a gesti inconsulti e paralizza i lavori (qualcosa che il contribuente americano non perdonerebbe mai, dato il costo di una giornata a vuoto) ma perché accade che in coscienza, di tanto in tanto, non tutti i senatori del partito di Bush votano per Bush.
Queste tracce di democrazia non contaminano la Casa delle Libertà. Ricordate i cartelli volonterosi e ingenui che un tempo si vedevano all’ingresso di certi borghi e paesi? In essi si leggeva ‟zona libera da nucleare”. L’opposizione di destra del Senato italiano potrebbe alzare la scritta ‟zona di bivacco, estranea a tutte le regole”.
Ci dicono che anche alla Camera i deputati di destra hanno iniziato l’ostruzionismo. Il fatto è nuovo, grave, unico. Costi quello che costi, niente regole e niente democrazia. Altrimenti il Paese, che il popolo italiano gli ha tolto, ricomincia a funzionare. È inaudito - loro pensano - che funzioni senza quelli che si erano abituati a decidere persino quale ragazza dovesse andare alla Rai, e dopo quali prove di talento. Il Parlamento è dirottato, fermo ore in un parcheggio disordinato nelle mani dei dirottatori della Casa delle Libertà. Ci sta dicendo che d’ora in poi non risparmieranno le prove di teppismo e di forza.
Furio Colombo

Furio Colombo

Furio Colombo (19319, giornalista e autore di molti libri sulla vita americana, ha insegnato alla Columbia University, fino alla sua elezione in Parlamento nell’aprile del 1996. Oltre che negli Stati Uniti, ha viaggiato a lungo in Asia e in America Latina. Ha scritto per molti giornali, da ‟Il Mondo” a ‟La Stampa”, a ‟The New York Review of Books” e ha realizzato decine di documentari e servizi giornalistici per la Rai. Ha diretto l’Istituto italiano di cultura di New York dal 1991 al 1994 e inoltre ‟L’Unità” fino all’inizio del 2005. È stato più volte deputato. Tra i suoi numerosi libri: America e libertà. Da Alexis de Tocqueville a George W. Bush (Baldini Castoldi Dalai, 2005), L America di Kennedy (Baldini Castoldi Dalai 2004), Manuale di giornalismo internazionale. Ultime notizie sul giornalismo (Laterza, 1999), insieme a Romano Prodi, Ci sarà unItalia. Dialogo sulle elezioni più importanti per la democrazia italiana (2006), La paga. Il destino del lavoro e altri destini (2009), Marco Alloni dialoga con Furio Colombo. Il diritto di non tacere (2011) e Contro la Lega (2012). Con Feltrinelli ha pubblicato La città profonda. Saggi immaginari su New York (1994).

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