Certi padri vogliono sempre assistere al parto. Altri, la maggioranza, sono troppo tesi: preferiscono rimanere in attesa fuori dalla porta, alcuni fumando nervosamente una sigaretta dopo l’altra, secondo lo stereotipo, sebbene negli ospedali oggigiorno sia vietato fumare. Un genitore particolarmente apprensivo, nell’estate di dieci anni fa, si tenne ancora più lontano dal lieto evento: trascorse il pomeriggio a zappare e sudare nell’orticello della sua fattoria, finché qualcuno non lo venne a chiamare per annunciargli che il parto era perfettamente riuscito. Il "padre" nervoso si chiamava Ian Wilmut; alla "figlia" appena venuta al mondo fu impartito il nome di Dolly. Perché proprio quel nome da varietà musicale? ‟Perché l’intero procedimento era iniziato dalla cellula mammaria estratta da una vecchia pecora, per cui l’idea di chiamarla così fu la nostra maniera scherzosa di esprimere un affezionato tributo a una prosperosa cantante country-western americana, Dolly Parton”, ricorda lo scienziato. Il primo belato risuonò in una stalla del Roslin Institute, vicino a Edimburgo, in Scozia, nel pomeriggio del 5 luglio 1996. Da allora si può dire che il mondo non è più stato lo stesso: la clonazione ha spostato le frontiere della scienza, della medicina, dell’etica; ha aperto nuove prospettive alla cura di malattie fatali; ha tratteggiato un futuro fantascientifico di designer babies, bebè fatti su misura, e di esseri immortali; ha scatenato un conflitto senza precedenti tra religione e progresso. Al centro di questa tempesta c’erano loro due, Dolly e Ian Wilmut, il primo mammifero clonato e il suo creatore. Dolly è morta di tumore, a sette anni d’età, nel 2003. Wilmut, embriologo del Roslin Institute, continua i suoi esperimenti sugli animali e resta una delle massime autorità internazionali in materia. Nel decimo anniversario dell’avvenimento che ha cambiato la sua vita, e che ha influenzato in un modo o nell’altro anche le nostre, ha scritto un libro sulla sua esperienza, After Dolly, the uses and misuses of clonation (Dopo Dolly, gli usi e gli abusi della clonazione), in cui difende appassionatamente la clonazione come un’arma per sradicare ogni genere di malattia nell’uomo ma respinge qualsiasi ipotesi di sfruttamento della sua scoperta per la clonazione umana. Qualche volta, come un padre che ha perso precocemente la figlia, lo studioso va ancora a farle visita: non in un cimitero degli animali clonati, ma al Royal Museum of Scotland, dove risiede adesso Dolly, imbalsamata e con gli occhi di vetro, come la diva di un museo delle cere. ‟Meglio cent’anni da pecora”, potrebbe essere la sua degna epigrafe. Lei, professor Wilmut, passerà alla storia della clonazione come il "padre di Dolly". Ebbene, come visse la "paternità" nei momenti cruciali in cui la sua pecorella stava per nascere? ‟Ero molto eccitato, e molto nervoso, in questo simile a un vero padre a cui sta per nascere un figlio. Ma eccitazione e nervosismo, nel mio caso, durarono ben più a lungo del periodo delle doglie o del parto. Gli esperimenti per produrre una pecora clonata prendono infatti moltissimo tempo: vari mesi per la manipolazione degli embrioni e quindi una gravidanza di centocinquanta giorni. Insomma, la nascita di Dolly non fu una faccenda rapida e la notizia del suo, per così dire, primo belato non produsse in me una reazione tipo l’Eureka pronunciato da Archimede”. Ma cosa fece di preciso? Brindò, festeggiò, offrì sigari agli amici? ‟Festeggiai, ma anche per convincermi che era andato tutto bene occorse più tempo di quanto ne occorre a un padre per apprendere che il figlio è nato sano. Molti animali clonati risultano affetti da gravi anomalie, che impediscono loro di sopravvivere, cosicché dopo la nascita di Dolly ero speranzoso ed entusiasta, ma ero anche preoccupato che questo animale assolutamente unico, il primo mammifero clonato, potesse morire quasi subito. Perciò dovetti attendere alcuni giorni, in cui verificai che Dolly era sana e normale, prima di ammettere che era stato un successo”. Eppure lei tenne la nascita di Dolly segreta non per alcuni giorni ma per svariati mesi. Perché? ‟Non annunciammo immediatamente la sua nascita per una serie di ragioni. Primo, perché dovevamo effettuare i test del dna per dimostrare che era veramente un clone. Secondo, perché volevamo pubblicare i risultati del nostro esperimento sulla rivista scientifica Nature, che non avrebbe considerato nulla che fosse già stato pubblicamente annunciato. Eravamo infatti sul punto di pubblicare tutto su Nature, quando un giornale inglese venne a sapere cosa era successo e sparò la notizia in prima pagina. Ho sempre pensato che questo annuncio prematuro e sensazionalistico ci rese in seguito le cose più difficili”. Dolly si rivelò una pecora piuttosto particolare: si alzava sulle zampe posteriori, dava l’impressione di amare l’attenzione dei curiosi, sembrava consapevole di essere una stella o comunque non corrispondeva per nulla all’immagine della pecorella timida e scontrosa. Si è mai chiesto il motivo di un simile comportamento? ‟Credo che fosse abbastanza facile da spiegare. In pratica la sua situazione somigliava a quella di un agnello rimasto orfano della madre, che viene perciò nutrito a mano, col biberon, dagli esseri umani che lo accudiscono, in genere dalla moglie del fattore. Questo genere di pecore, pur non venendo trattate come animali domestici, non sono spaventate dalla presenza delle persone, perché le vedono molto spesso sin da quando sono piccole. Perciò non sono timide e danno l’impressione di interagire con gli umani”. Dopo pochi anni di vita, Dolly si ammalò di cancro e lei dovette prendere la decisione di sopprimerla. Fu una decisione difficile? ‟Fu una decisione molto triste e scioccante, ma non avevamo scelta. Dolly si era ammalata di cancro ai polmoni e sarebbe comunque morta soffocata, lentamente e atrocemente. Perciò decidemmo di mettere fine alle sue sofferenze”. Fece in tempo, tuttavia, ad avere dei cuccioli, a mettere al mondo degli agnellini. Che fine hanno fatto i figli di Dolly? ‟Hanno vissuto una vita normale sotto ogni punto di vista”. La sua morte prematura non fu da addebitare a qualche anomalia risultata dalla clonazione? ‟No. Analisi dettagliate confermarono la presenza di un cancro ai polmoni, che nelle pecore è causato da un virus. Il fatto che Dolly fosse una pecora clonata non c’entrava nulla con la sua malattia”. Dieci anni dopo la nascita di Dolly, come vede oggi l’importanza e il potenziale della clonazione? ‟Penso che l’importanza principale consista e consisterà nell’aiutare ad affrontare le malattie in molteplici modi. In parte, la clonazione permetterà di produrre proteine a scopo curativo. In secondo luogo, organi ricavati da animali, come i maiali, potrebbero un giorno essere impiantati negli uomini. Ma la cosa più importante, a mio avviso, è che la clonazione ha cambiato il modo di pensare della gente riguardo alle cellule. Ha reso chiaro che tutte le cellule del corpo umano provengono da una singola cellula! Dalla singola cellula di un embrione! E quasi tutte le cellule hanno il medesimo codice genetico: si differenziano l’una dall’altra solo perché il codice genetico funziona in modo differente. Una volta, per l’appunto fino a dieci anni or sono, fino alla nascita di Dolly, si credeva che il meccanismo che controlla questi eventi fosse così complesso e così rigido che non sarebbe stato possibile modificarlo. Adesso sappiamo invece che quel meccanismo può essere modificato e che è possibile produrre cellule per curare malattie umane”. Affrontando una questione centrale legata ai suoi studi, è favorevole o contrario alla clonazione umana? ‟Ero e rimango contrario, per una varietà di ragioni, anche tecniche. Ma il motivo fondamentale per cui sono contrario è etico. Non mi è mai piaciuta l’idea di produrre una persona che sarebbe geneticamente identica a un’altra persona, a un suo gemello già esistente. Inevitabilmente ci aspetteremmo che la persona clonata si comportasse come l’originale, e questo sarebbe ingiusto, perché ogni persona deve essere trattata come un individuo, per quello che è, non per quello che sembra”. La clonazione è stata probabilmente la più importante scoperta scientifica dell’ultimo decennio. Secondo lei, professore, avrebbe meritato il premio Nobel? ‟Sono ovviamente la persona sbagliata per dirlo. Certo, penso che sia stata una delle scoperte più importanti degli ultimi dieci anni, ma la sua importanza non è ancora stata completamente compresa. è troppo presto per giudicare”.
Enrico Franceschini

Enrico Franceschini

Enrico Franceschini (Bologna, 1956), giornalista e scrittore, è da più di trent'anni corrispondente dall’estero per “la Repubblica”, per cui ha ricoperto le sedi di New York, Washington, Mosca, Gerusalemme e attualmente Londra. Nel 1994 ha ricevuto il Premio Europa per le sue corrispondenze sul golpe di Mosca. Per Feltrinelli ha pubblicato La donna della Piazza Rossa (1994), Russia. Istruzioni per l’uso (1998), Fuori stagione (2006), Avevo vent’anni. Storia di un collettivo studentesco. 1977-2007 (2007), Voglio l’America (2009), L’uomo della Città Vecchia (2013) e Scoop (2017).

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