Titoli strani si inseguono sui giornali italiani subito dopo la rotta delle armate di Bossi. Titoli incomprensibili. Il giorno dopo la vittoria clamorosa del referendum, il no che ha salvato la Costituzione, leggiamo: ‟Riforme tra una settimana in Parlamento” (‟La Repubblica”); ‟Il Governo e il dialogo sulle riforme: tavolo a luglio” (‟Il Corriere della Sera”); ‟Nuove intese? Anche i lumbard protagonisti” (‟Il Corriere della Sera”); ‟Elogio del dialogo” (‟La Stampa”). Circola, dal Tg1, una frase enigmatica di Rutelli: ‟Gli italiani hanno detto no ma sono molto interessati al premierato forte”. È un esercizio di poteri para-normali. Abbiamo votato no, il sessanta per cento degli italiani, e la ragione più vigorosa - come dice bene Gianfranco Pasquino sull'Unità del 28 giugno - è la ripulsa della Casa delle Libertà. È un no secco a ciò che hanno fatto e a ciò che si proponevano di fare se quella loro proposta indecente fosse passata. Ma un'altra ragione che ha fatto restare in città e uscire a votare nel giorno più caldo dell'anno un numero così alto di cittadini è stato dire no alla parte della riforma detta ‟premierato forte”. È vero che a molti italiani ripugna per il rischio immediato insito nel binomio premierato forte-Berlusconi. Ma è, ovviamente, altrettanto vero che le assenze di destra completano il discorso avviato dal sessanta per cento del no di sinistra (e non solo di sinistra). Quel discorso si conclude con un clamoroso rifiuto. E allora come ignorare il senso di fastidio e di nausea che fatalmente segue un rifiuto che ha concluso anni di spettacolo e propaganda a reti unificate sull'attentato appena sventato alla Costituzione?
La frase completa del vice presidente del Consiglio Rutelli, ascoltata in televisione, era ‟Il popolo italiano, nella sua saggezza, ci invita alla modernizzazione”.
Siamo sicuri? Occorre infatti ricordare che la parola è cara a Calderoli (che per modernizzazione intende ‟caccia all'immigrato con forbici arrugginite”, citazione testuale); compare anche in questi giorni nei titoli desolati del giornale della super-sconfitta Lega, ‟La Padania”. Ed è stata usata - sia pure con notevole impudicizia e frequente maleducazione - per definire ‟conservatore” Oscar Luigi Scalfaro, che ha guidato il movimento nazionale ‟Salviamo la Costituzione” fino a quota sessanta per cento di no. La parola è servita per definire ‟moderni”, anche nelle migliori reti televisive statali e private, personaggi come Borghezio, Gentilini, Castelli, Bossi. E conservatori Carlo Azeglio Ciampi, e tutta l'Italia che ha votato no. Ovvero tutta (tutta) la cultura italiana. Perché lanciare messaggi che disorientano invece che un grazie all'Italia? Ma c'è anche un aspetto di immediata evidenza che non è giusto ignorare.
Pasquino, nel suo articolo su ‟l’Unità” giustamente si domanda ‟dialogare con chi?”.
Siamo in grado di rispondere. Dovremmo dialogare con la metà del Senato che in questo momento - mentre scrivo - ha occupato l'emiciclo dell'Aula, urla contro il presidente Marini, tenta assalti verso l'altra metà seduta in silenzio, faticosamente bloccata dai commessi. E poi si riuniscono intorno a uno di loro, che per maleducazione e violenza è stato espulso e non vuole uscire, in una formazione che fa venire in mente gli incidenti da pub o da discoteca. Stanno cercando di impedire che il rappresentante del governo (in questo caso il ministro Chiti) possa parlare (‟comunicazioni all’Aula”) e annunciare il voto di fiducia. Loro, in quest’Aula, ne hanno chiesti e ottenuti 47. Ma il voto di fiducia richiesto da Prodi viene definito (se capisco bene le loro urla) ‟un golpe”. Che la discendenza della venerabile Loggia P2 parli di golpe potrebbe essere materia di un colorito aneddoto per ricordare questi giorni in Senato. Se non fosse per due gravi ragioni che, mentre i ‟colleghi” urlano e la seduta è sospesa, vorrei notare e far notare ai lettori.
La prima ragione è un ricordo, ma è anche un grave evento politico. Il tempo è il 1966, il luogo è Atene. Alla Camera dei Deputati di quel paese c'è un violentissimo scontro che, dalla tribuna della stampa, riesco a filmare per TV7. Il mio collega americano ha perso la scena in cui un deputato fascista si è gettato contro Georges Papandreu e lo ha colpito con uno schiaffo. Il cameraman americano, allora, scende rapidamente la scala, entra in Aula (benché - si intende - sia proibito) e chiede al deputato fascista di schiaffeggiare di nuovo Papandreu, questa volta di fronte alla telecamera e al riflettore. Ricordo di avere detto, nel commento che stavo registrando, ‟finisce adesso, in questo momento, la democrazia in questo paese. Finisce con la dissacrazione del Parlamento”.
Ero in casa di Papandreu, insieme al regista Sergio Spina, all'alba del giorno dopo, con una telecamera nascosta, quando Papandreu è stato arrestato. I fascisti del governo dei colonnelli (il colpo di stato era avvenuto poche ore dopo lo schiaffo) hanno negato per giorni. Ma noi siamo riusciti fortunosamente a far uscire dalla Grecia la pellicola (affidandola a una turista americana che ha accettato di correre il rischio) e la scena è stata diffusa dalle televisioni del mondo.
Posso dire che ciò che è accaduto il 28 giugno al Senato italiano, sotto la guida, gli insulti, il rifiuto di accettare l'espulsione, la sfida fisica e fascistoide del senatore Malan di Forza Italia, spalleggiato dai peggiori dei suoi (non pochi) è identico per squallore e violenza - anche nel lancio del libro del regolamento contro il banco del Presidente, che si è scansato in tempo - alla scena di Atene. C'è una immensa differenza: qui non ci sono i colonnelli. C'è, nonostante il loro furore (e anzi proprio questo scatena il loro furore) un governo saldo e solido; ma il loro comportamento ci dice che le loro intenzioni sono le stesse. Non possono fare di peggio. Ma fanno tutto il peggio che possono.
L'evento, che non è un ricordo ma è di queste ore, ci porta al secondo inevitabile argomento. Eccoli i dialoganti. Buttano in aria il tavolo ancor prima che ci sia un tavolo al quale sederti per dialogare. Se non ti scansi, te lo tirano addosso. Eccoli i dialoganti con cui, non si sa in omaggio a che cosa, non si sa per quale misterioso gesto di sottomissione e umiltà, che non esiste in politica, dovremmo sottometterci andando a cercare il loro consenso.
Eccoli i dialoganti, che prima hanno scritto la più indecente di tutte le possibili riforme. Poi hanno perduto le elezioni per poco, rifilandoti l'idea dell’”Italia spaccata”. E infine hanno perduto in modo schiacciante l'approvazione del loro unico reclamo di esistere (a parte il disastro economico). E allora tentano di distruggere, o almeno di svilire, il Parlamento.
C'è ancora un argomento che mi sembrerebbe ingiusto ignorare. I cittadini italiani non hanno pace da quando è iniziato il quinquennio disastroso e senza tregua di Berlusconi. Quattro ‟Bruno Vespa” alla settimana, tragedie come il G8, passerelle grottesche come Pratica di Mare, tre ministri degli Esteri, tre ministri dell'Economia, due dell'Interno, le corna a Madrid, gli insulti al deputato Schultz a Strasburgo, gli insulti e le minacce a questo giornale, le sconfitte elettorali continue, le continue esibizioni di successi mai ottenuti, le continue grida di allarme contro il pericolo comunista, le incursioni a tutte le ore in tutte le reti di tutte le televisioni e di tutte le radio, inclusa la stazione del traffico (Isoradio); l'aver gettato l'Italia in una guerra vietata dalla Costituzione fingendo di onorare le forze armate; l'avere eluso sistematicamente i propri processi, prima accampando lavori di governo, poi facendo votare leggi che esonerano l'autore di un reato dopo il reato. Tutto ciò ha tenuto in ansia e con il fiato sospeso milioni di italiani. Molti di essi si sono automobilitati per evitare il peggio. E far sentire che il Paese era vivo, nei famosi girotondi. Alla fine hanno votato no a Berlusconi e poi alla odiosa riforma costituzionale che è crollata sotto il no, portandosi via e cancellando il peggio di quei cinque anni. In quegli anni ci hanno costretti a tenere sempre accesa la televisione, a essere sempre occupati con le sue rughe, i suoi capelli, i suoi tacchi, le sue vacanze, i suoi cactus, le sue ville, le sue battute. Adesso non vogliamo lasciarli in pace i cittadini? Non vogliamo dimostrare che, mentre i politici tentano di svolgere al meglio i compiti affidati secondo il programma noto e il mandato (no a Berlusconi) ricevuto, gli elettori possono tornare alla famiglia, al lavoro, al tempo libero, sapendo che noi non ci muoviamo dal Senato neppure se loro fanno teppismo? Abbiamo molto lavoro urgente da fare: economia, politica estera, scuola, salute, legge elettorale. Non credete che il premierato forte e quel famoso tavolo possano aspettare? Intanto, in Aula, riprendono le urla dei ‟dialoganti”.
Furio Colombo

Furio Colombo

Furio Colombo (19319, giornalista e autore di molti libri sulla vita americana, ha insegnato alla Columbia University, fino alla sua elezione in Parlamento nell’aprile del 1996. Oltre che negli Stati Uniti, ha viaggiato a lungo in Asia e in America Latina. Ha scritto per molti giornali, da ‟Il Mondo” a ‟La Stampa”, a ‟The New York Review of Books” e ha realizzato decine di documentari e servizi giornalistici per la Rai. Ha diretto l’Istituto italiano di cultura di New York dal 1991 al 1994 e inoltre ‟L’Unità” fino all’inizio del 2005. È stato più volte deputato. Tra i suoi numerosi libri: America e libertà. Da Alexis de Tocqueville a George W. Bush (Baldini Castoldi Dalai, 2005), L America di Kennedy (Baldini Castoldi Dalai 2004), Manuale di giornalismo internazionale. Ultime notizie sul giornalismo (Laterza, 1999), insieme a Romano Prodi, Ci sarà unItalia. Dialogo sulle elezioni più importanti per la democrazia italiana (2006), La paga. Il destino del lavoro e altri destini (2009), Marco Alloni dialoga con Furio Colombo. Il diritto di non tacere (2011) e Contro la Lega (2012). Con Feltrinelli ha pubblicato La città profonda. Saggi immaginari su New York (1994).

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