Forse l'aspetto polemico della questione è troppo acuto e ingombrante per cominciare a discuterne con serenità. Perché quel giro chiassoso di battute, smentite, prese di distanza a cui stiamo assistendo rischia di diventare una consuetudine, in queste prime settimane di lavoro del governo Prodi; e, tuttavia, fatte salve le precisazioni venute dal ministro della Solidarietà Sociale, Paolo Ferrero, che ha chiarito come le sue dichiarazioni non impegnino il governo; appurato che la questione non è nel programma dell'Unione; ascoltate le voci e, più spesso, le urla levatesi dal centrodestra; archiviati i rimbrotti del premier e le perplessità di molti esponenti del centrosinistra: ecco, accertato tutto ciò, il tema della somministrazione controllata di eroina (o, più prosaicamente e sciattamente, quello delle ‟stanze del buco”) rimane lì. Aperto e disponibile al confronto e al ragionamento, purché lo si voglia.
Allora, in maniera semplice, finanche didascalica, ricordiamo quali sono i termini della questione; e riassumiamo le ragioni (le buone ragioni) che molti conoscono, che da anni si vanno ripetendo, per riportare la discussione al suo dato pragmatico: ovvero il merito delle politiche pubbliche, di bene collettivo e di tutela della vita e della salute di chi vive la dipendenza dall'eroina.
L'obiezione principale che viene mossa alle politiche di somministrazione controllata è, per così dire, di carattere ideologico: e si riassume in quella formula, ‟eroina di stato”, da più parti brandita per prevenire ogni discussione nel merito. Ma, come sovente accade, si tratta di un'obiezione che rinvia, non tanto a questioni di etica pubblica, quanto al profilo morale dell'autorità statuale stessa: all'idea di uno stato etico, dunque. E quell'idea ha poco a che spartire con le radici e le qualità di una democrazia liberale; la quale democrazia prevede che all'autorità pubblica sia affidato il compito di promuovere le condizioni di una buona convivenza: e non, invece, l'ardua responsabilità di decidere cosa è ‟bene” e cosa è ‟male”. Insomma, dietro quella formula (‟eroina di stato”), si nasconde l'idea di un'autorità centrale titolare dell'indirizzo etico dello sviluppo sociale. Il cittadino dunque non è libero di decidere della propria condotta in tutti quei casi in cui essa può ricadere nella sfera di ciò che il senso comune definisce ‟immorale”.
D'altronde, è facile comprendere come mai questa deriva illiberale si dimostri particolarmente vigorosa quando si parla di droghe: l'eroina, nell'immaginario di molti, non è una sostanza, non è un'elaborazione chimica di un alcaloide, non è un narcotico euforizzante; è, piuttosto, una cosmogonia di rappresentazioni maligne e peccaminose. La figura dell'eroinomane prescinde dal dato clinico e tossicologico, persino da quello sociologico: coincide con l'oleografia di un reietto, di un dannato che ha perduto ogni decoro. Eroinomane (e ancor più ‟drogato”, termine che per molti ha un suono prossimo all'oscenità) è colui che, a causa dell'abuso di una sostanza, si è fatto estraneo al tessuto sociale e ha perso la sua respectability, poiché incapace di rappresentare se stesso al di fuori, o nonostante, il suo ‟male”.
Ma se si abbandona questa interpretazione moralistico-autoritaria, l'eroina torna a essere un derivato dalla morfina, il cui impiego è legato innanzitutto al ‟principio del piacere”; e il cui abuso è strettamente connesso a un mercato illegale e criminale, che produce profitti illeciti quanto emarginazione, delitto, sofferenza e morte.
La sperimentazione più avanzata di somministrazione controllata di eroina è quella in corso in Svizzera, da oltre un decennio. I risultati sono sotto gli occhi di chiunque voglia prenderli in considerazione, senza pregiudizi di sorta. Zurigo era, sino a non molti anni addietro, uno dei centri nevralgici del consumo di eroina in Europa; e la Svizzera deteneva il record europeo di morti per overdose. Alla fine degli anni 80 si contavano circa 850 nuovi assuntori ogni anno; oggi si attestano sulle 150 unità. Nella città capitale dell'omonimo cantone, il numero di eroinomani, da quando esiste l'eroina del servizio sanitario nazionale (gestita dai municipi), è calato dell'82%; oggi rimangono solo tre centri di ‟drop in”, che assistono complessivamente 260 utenti. Si è drasticamente ridotto il numero di morti: la sostanza distribuita gratuitamente nelle ‟shooting rooms” è ‟pulita”, non è tagliata con sostanze velenose e ha una concentrazione di principi attivi sotto controllo dell'azienda farmaceutica che la produce, e viene somministrata in condizioni igieniche protette. Il progetto è inquadrato in una politica generale di ‟riduzione del danno”, per offrire ai tossicodipendenti un luogo sicuro e pulito per il consumo. Si tratta di un servizio disponibile solo per fruitori ‟certi e determinati”: ovvero, si tratta di individui che, in ragione della loro condizione di dipendenza, consumerebbero comunque quelle sostanze, ma in condizioni non protette e alimentando il mercato illegale. Lo spaccio fra i consumatori è severamente vietato e la somministrazione o l'iniezione dell'eroina è consentita solo a personale sanitario.
È cambiato anche il profilo sociale degli eroinomani, a Zurigo e nella Svizzera tutta; anni addietro erano molti, vivevano in condizioni di marginalità, povertà, delinquenza ed erano dediti frequentemente allo spaccio, alla prostituzione, al furto. Oggi sono pochi e non più giovani, nella maggior parte dei casi perfettamente integrati nel tessuto sociale: hanno un lavoro, una famiglia, una casa, godono di discreta salute (compatibilmente - è ovvio - con la condizione di tossicomania). Alcuni di loro (circa un 10%) abbandonano l'eroina per il metadone, che nella confederazione elvetica si vende in farmacia dietro ricetta medica. Il tasso di microcriminalità si è ridotto del 70%; e il risparmio complessivo, rispetto alle spese di giustizia e polizia, è di circa 4,5 milioni di franchi. Questi sono i dati, questi sono i fatti. Se ne potrà cominciare a discutere, prima o poi?
Luigi Manconi

Luigi Manconi

Luigi Manconi insegna Sociologia dei fenomeni politici presso l’Università IULM di Milano. È parlamentare e presidente della Commissione per la tutela dei diritti umani del Senato. Tra i suoi libri recenti: Corpo e anima (Minimum fax 2016), La pena e i diritti (con G. Torrente; Carocci, 2015), Abolire il carcere (con S. Anastasia, V. Calderone, F. Resta, Chiarelettere 2015), Accogliamoli tutti (con V. Brinis; Il Saggiatore 2013), La musica è leggera (Il Saggiatore, 2012), Non sono razzista ma. La xenofobia degli italiani e gli imprenditori politici della paura (con Federica Resta; Feltrinelli, 2017). Nel 2001 ha fondato l’associazione A buon diritto.

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