Intervenendo il 27 giugno al Bitkom di Bruxelles, il commissario europeo Viviane Reding si è espresso per la prima volta a favore della separazione strutturale della rete fissa, di proprietà degli ex monopolisti, dai servizi che gli stessi offrono in concorrenza con altri operatori. È un’inversione di rotta tutta da capire nella genesi e nelle conseguenze. Data la storia del commissario lussemburghese, si può sospettare che la vecchia ostilità degli incumbents verso questa riforma non sia più granitica e che la nuova frontiera del confronto con i regolatori si possa spostare verso la valorizzazione di un asset che sta cambiando natura. In effetti, a fronte di chi difende lo status quo dell’infrastruttura e chiede la deregolazione dei servizi in banda larga presentati come nuovi (Deutsche Telekom, ma anche Telecom Italia), c’è chi ha già saltato il fosso della separazione (British Telecom) e chi sta valutando se non gli convenga cambiare poiché, avendo molto investito fuori casa, avrà tendenzialmente più ricavi sui nuovi mercati, dov’è sfidante, che sul mercato domestico, dove conserva la posizione dominante (Telefónica, soprattutto). Quanti, come Telecom Italia, ottengono da un solo Paese la gran parte dei ricavi non rinunciano facilmente al controllo del campo. Ma la parità di accesso all’infrastruttura per tutti gli operatori è ormai un diritto concorrenziale acquisito. E secondo i signori dei telefonini, Vodafone in testa, la convergenza tra fisso e mobile può consentire agli incumbents integrati, ove non sia ben regolata, di estendere ai cellulari il loro storico predominio nel fisso. La separazione strutturale della rete diventa allora il rimedio pro-concorrenziale radicale. Che, tuttavia, crea le condizioni per mettere in evidenza un valore oggi inespresso ed eventualmente realizzarlo, in tutto o in parte, con un beneficio finanziario cospicuo e, in contropartita, con i patemi gestionali derivanti da una maggior concorrenza che andrebbe a erodere i margini degli ex monopolisti meno avanzati nella riconversione dei ricavi dalla voce ai servizi. Telecom Italia ha 39 miliardi di debiti. Remunerando i soci nell’attuale, elevata misura, dovendo comunque investire sul mercato domestico e non potendo ridurre sostanzialmente gli organici come altri fanno, l’ex monopolista italiano non può giocare sullo scacchiere internazionale con lo stesso dinamismo dei rivali. Se conferisse a una nuova società la rete di accesso e trasporto, potrebbe ridisegnare il profilo di business e lo stato patrimoniale. Di quanto? Difficile dirlo ora. Secondo la contabilità regolatoria (dati 2001 attualizzati), il capitale impiegato nell’infrastruttura è pari a 14 miliardi. A partire dal 2007 sarà remunerato al 10,2% al lordo delle imposte. Per Telecom è poco, per Fastweb è troppo. Se il garante Corrado Calabrò, antesignano di madame Reding, imponesse la separazione strutturale, magari facendo leva sulle crescenti preoccupazioni per la sicurezza delle reti a tecnologia Internet sia dal punto di vista commerciale che da quello democratico, l’Autorità delle Comunicazioni dovrebbe poi riaprire il confronto sul valore e la remunerazione dell’infrastruttura con Telecom e gli altri. Le tariffe, finalmente chiare per tutti e fissate in tempo reale, dovrebbero infatti essere calcolate sulla base non solo di costi operativi e finanziari efficienti, ma anche dei rischi di obsolescenza tecnologica e dei nuovi investimenti per estendere la banda larga alle zone meno favorite e affrontare la sfida del wireless. Oggi se ne parla poco, ma la linea Reding avrà la sua verifica in sede europea già in autunno. (con la consulenza tecnica di Miraquota)
Massimo Mucchetti

Massimo Mucchetti

Massimo Mucchetti (Brescia, 1953) è oggi senatore della Repubblica. Ha lavorato al “Corriere della Sera” dal 2004 al 2013. In precedenza, era stato a “l’Espresso” per diciassette anni. E prima ancora a “Mondo economico”. Gli esordi furono nel quotidiano in cooperativa “Bresciaoggi”, di cui è stato uno degli amministratori. Per Feltrinelli ha pubblicato: Licenziare i padroni? (2003), un’analisi critica di come i principali gruppi privati hanno sprecato la grande occasione degli anni novanta; Il baco del Corriere (2006), storia dell’evoluzione della proprietà del “Corriere della Sera”, dalla fondazione fino allo spionaggio in via Solferino a opera della security di Telecom Italia; Confiteor. Potere, banche e affari. La storia mai raccontata (con Cesare Geronzi; 2012).

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