Il Lupo ha i capelli candidi che gli spuntano dai lati della testa come fossero ali, lasciando al centro una grande pelata annerita dal sole. Il Lupo, insomma, a cinquantanove anni, ha perso un bel po' di pelo ma certo non il vizio di ululare con quell'ironia stralunata e pirotecnica che contraddistingue i suoi scritti sin dai tempi di Bar sport. Il Lupo, ossia Stefano Benni, talento visionario della narrativa italiana, naturalmente sa essere cattivo (altrimenti che lupo sarebbe?) ed è anche per questo che i suoi libri sono considerati opere ‟cult”. Per guardarlo dritto negli occhi, per sapere che cosa pensa di questa nostra ‟povera patria”, domenica sera a Gavoi almeno mille persone si sono accalcate sotto un'enorme tenda allestita nel cortile di una chiesa. Nonostante il caldo torrido appena attenuato da un miracoloso sistema che esalava sulla folla acqua nebulizzata.
Benni - bolognese con casa anche a Putzuidu, nel Sinis si è presentato a ‟L'isola delle storie” con indosso una sahariana, una vecchia canotta e braghe extra-large, di quelle con i tasconi. In realtà avrebbe dovuto rispondere alle tradizionali ‟dieci domande” del critico letterario Massimo D’Onofri, ma l'intervista si è ben presto trasformata in un divertente monologo. Molta la carne al fuoco: dalla funzione degli autori comici all'ormai insostenibile impegno di scrivere un corsivo a tamburo battente; dall'‟etica dell'autopsia” (l'abitudine tutta italiana di far scoppiare gli scandali quando ormai il cadavere puzza) alla ritirata strategica di molti cinquantenni ‟di sinistra” durante l'Era Berlusconi; dalla preponderanza di certi aggettivi (‟se un mio libro vi piace, per favore non dite che è carino”) al suo ultimo romanzo Margherita Dolcevita, che ha impegnato i lettori in una querelle sul significato di ‟happy-ending”.
E a questo proposito è stato lo stesso Benni a toccare l'argomento, pur senza svelare l'epilogo del libro. ‟È curioso - ha detto - che a qualcuno il finale sia risulto tragico, mentre ad altri invece abbia fatto ridere. Personalmente ritengo che la vicenda di Margherita non potesse finire bene. Questa ragazza, adolescente, si ribella all'irruzione della modernità guasta, quella che spaccia per progresso cose che invece sono vecchie e nocive. E purtroppo chi si oppone a tutto ciò non può che pagare un
prezzo altissimo”. Ma - ha chiesto D’Onofri - non è che il Lupo, sotto sotto, ha paura del nuovo che avanza? ‟No – ha risposto Benni - non è il nuovo che mi spaventa, ma ad esempio il termine "riforma" in bocca a Calderoli...”.
Capitolo autori comici. ‟In Italia - ha commentato Benni - vanno molto di moda i comici televisivi, però non siamo in tanti a fare ironia attraverso i romanzi”. La satira, poi, è un'altra roba. ‟Per me è soltanto una delle trenta forme della comicità. Infatti io non mi considero affatto un autore satirico. Mi piacerebbe, invece, che al genere narrativo comico fosse restituita dignità letteraria, perchè con certi stilemi si può anche raccontare anche qualcosa di complesso e profondo”.
Certo, buttar giù ‟pezzi ironici con cadenza settimanale non è per niente semplice. ‟Mi rendo conto - ha confessato il Lupo - che ormai faccio fatica a scrivere corsivi. Non ho più riflessi, ci metto cinque giorni per farne uno. Eppoi sulla carta stampata c'è anche il problema dello spazio, un vero assillo per chi come lui ammette di avere un tipo di scrittura sovrabbondante. E questo nonostante sia stato allevato giornalisticamente da un maestro come Luigi Pintor. Uno che amava ripetere: ‟Non c'è argomento che non si possa trattare in trenta righe”.
Ma Benni davanti alla tastiera del computer è un fiume in piena. Così domenica a Gavoi lo scrittore Roberto Alajmo, anche lui ospite del festival, ha ricordato i versi in forma epistolare che il Lupo aveva dedicato a Grazia Cherchi, scomparsa nell'agosto 1995, editor, consulente di narrativa e vivace protagonista della scena culturale italiana, specie quando negli anni Sessanta insieme a un gruppo di amici come Goffredo Fofi fondò e diresse la rivista ‟Quaderni piacentini”: ‟Caro Stefano -diceva il testo - finalmente mi hai mandato un romanzo asciutto e stringato”. Precisazione: ‟Cara Grazia, era soltanto la lettera d'accompagnamento”.
Citando Luigi Pintor e Grazia Cherchi, Benni non poteva che chiudere il suo intervento parlando del ‟manifesto” e rinnovando l'appello alla sottoscrizione che eviterebbe al quotidiano di sparire dopo trentacinque anni dalle edicole. ‟Amo questo giornale, anche se a volte rappresenta la spocchia di una certa sinistra. Ma è quando è in crisi che per fortuna ci rendiamo tutti conto di quanto sia importante che esista”.
Stefano Benni

Stefano Benni

Stefano Benni è nato a Bologna nel 1947. Con Feltrinelli ha pubblicato: Prima o poi l’amore arriva (1981), Terra! (1983), Stranalandia, con disegni di Pirro Cuniberti (1984), Comici spaventati guerrieri (1986), Il bar sotto il mare (1987), Baol (1990), Ballate (1991), La Compagnia dei Celestini (1992), L’ultima lacrima (1994), Elianto (1996), Bar Sport (1996; Edizione speciale, 2016), Bar Sport Duemila (1997), Blues in sedici (1998), Teatro (1999), Spiriti (2000), Dottor Niù. Corsivi diabolici per tragedie evitabili (2001), Saltatempo (2001), Teatro 2 (2003), Achille piè veloce (2003), Margherita Dolcevita (2005), Misterioso. Viaggio nel silenzio di Thelonious Monk (2005), La grammatica di Dio. Storie di solitudine e allegria (2007), Pane e tempesta (2009), Le Beatrici (2011; “Audiolibri Emons-Feltrinelli”, 2012), Fen il fenomeno (con Luca Ralli; 2011), Di tutte le ricchezze (2012; “Audiolibri Emons-Feltrinelli”, 2012), Pantera (con Luca Ralli; 2014), Cari mostri (2015), Prendiluna (2017), Teatro 3 (2017), Dancing Paradiso (2019) e, nella collana digitale Zoom Flash, Frate Zitto (2011) e L’ora più bella (2012). Nell'area audiolibri ha letto: La terra desolata di T.S. Eliot (Full Color Sound), Novecento di Alessandro Baricco (Emons-Feltrinelli, 2011) e il suo Di tutte le ricchezze (Emons-Feltrinelli, 2012).

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