La prima bomba è esplosa alle 6,24 del pomeriggio su un treno che entrava nella stazione di Khar, lungo la linea metropolitana che collega il centro commerciale di Mumbai (Bombay) ai quartieri nord-occidentali. Nell'arco di dieci minuti ne sono esplose altre sei, au altrettanti treni della stessa linea. Il bilancio è spaventoso: ieri sera il capo della polizia di Mumbai ha confermato 163 morti e i medici stavano cercando di curare circa 460 feriti, tra cui parecchi gravi.
Le tv indiane ieri sera mostravano immagini di sangue e di panico. La rete ferroviaria metropolitana di Mumbai, 17 milioni di abitanti, è la più ampia in India e forse una delle più affollate al mondo. Circa 6 milioni e mezzo di persone ogni giorno usano quei treni, soprattutto per andare al lavoro la mattina in centro (la parte storica di Bombay, verso sud) e tornare di sera verso le zone residenziali a nord-ovest: nelle ore di punta ogni convoglio di 9 vagoni porta almeno 4.500 persone. Proprio a quell'ora è esploso l'inferno.
Ieri sera la polizia ha confermato che le esplosioni sono state causate da altrettante bombe, anche se non era ancora sicura sul tipo di esplosivo usato. L'attacco è stato ‟pianificato”, ha commentato un responsabile delle Western Railways, le ferrovie di Bombay, ed è perfino un'ovvietà: sette esplosioni in pochi minuti, in punti diversi della linea e nell'ora di massimo affollamento, sono un attentato pianificato per massimizzare le vittime, fare una strage. Un ‟atto vergognoso”, ha commentato il primo ministro dell'Unione indiana Manmohan Singh, che ha subito convocato un meeting d'emergenza con il ministro dell'interno Shivraj Patil, la leader del partito di maggioranza Sonia Gandhi, e i massimi responsabili della sicurezza. Patil, Gandhi e altri ministri sono poi volati a Mumbai. ‟Un tentativo vigliacco di seminare sentimenti d'odio”, ha detto il premier.
Le prime immagini sono circolate in fretta: interi vagoni sventrati, sangue sparso su pavimenti e rottami, corpi umani a brandelli. Sembra che le esplosioni abbiano catapultato i passeggeri a decine di metri di distanza. Le tv hanno mostrato persone in preda al panico, ambulanze che faticavano a caricare i feriti, persone insanguinate che cercavano aiuto, altre che cercavano i propri cari. Le operazioni di soccorso sono state rese più difficili dalla pioggia torrenziale: l'India è in piena stagione di monsone.
L'intero servizio di treni suburbani di Mumbai è stato subito sospeso e i servizi di sicurezza messi in massima allerta in tutte le città indiane. Nessuno fa per ora ipotesi chiare sulle responsabilità: le cronache tv alludono al terrorismo (islamico) ricordando le bombe nei mercati di New Delhi lo scorso 29 ottobre o gli attacchi al parlamento indiano nel dicembre 2001, riconducibili a gruppi operanti in Kashmir. Le agenzie fanno il nome dello stato montagnoso diviso (e conteso) tra India e Pakistan, dove una rivolta separatista è stata monopolizzata da gruppi armati dell'estremismo islamico con connessioni in Pakistan.
Proprio ieri mattina, poche ore prima degli attentati di Mumbai, l'esplosione di alcune granate ha fatto 7 morti a Srinagar, capitale del Kashmir sotto sovranità indiana. Ma è prematuro fare collegamenti, ed è un gioco pericoloso additare presunti responsabili. Così ieri il premier Singh ha fatto appello agli indiani a mantenere la calma e ‟non credere alle voci incontrollate”.
Mumbai, nome assunto da Bombay a metà degli anni '90, è una sorta lente d'ingrandimento dell'India moderna. Nata a fine '800 come emporio coloniale, divenuta in breve la prima città industriale (quindi operaia) dell'India, ha attratto ondate di popolazione da tutto il subcontinente ed è considerata oggi la metropoli finanziaria e dell'immaginario (‟Bollywood”, l'industria del cinema, ha sede qui). Magnete per migliaia di emigranti che arrivano dalle campagne impoverite, ma anche di giovani ben istruiti che entrano nell'industria tecnologica; città oggi governata dal centro-sinistra (la coalizione guidata dal Congress di Sonia Gandhi) ma anche patria di uno dei più velenosi movimenti sciovinisti di destra, Mumbai non è nuova agli attentati sanguinosi. Nel 1993 due bombe nella Borsa avevano ucciso 260 persone: fu interpretato come una reazione agli eventi di pochi mesi prima, quando un movimento fondamentalista hindu aveva distrutto una moschea in una cittadina della piana del Gange e suscitato la peggiore ondata di violenze interconfessionali nella storia dell'India moderna tra cui un pogrom anti-musulmano proprio a Bombay. Risultò che gli attentati erano opera di elementi dell'underworld di Bombay - così è chiamata la criminalità organizzata - legati a un certo gangster con connessioni in Pakistan. La serie è ripresa nel 2002 e a più riprese nel 2003, con decine di morti per bombe in zone affollate del centro. Le indagini non hanno escluso nulla, ma non hanno neppure mai portato a responsabilità certe.
La prima dichiarazione di solidarietà ieri è arrivata dal vicino Pakistan, dove il presidente Parvez Musharraf ha condannato ‟l'attacco terrorista”; poi è arrivata la condanna degli Stati Uniti.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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