Se anche il severo e pensoso economista Padoa-Schioppa si sente in obbligo di dichiarare che la vittoria ai mondiali ‟migliorerà l’immagine dell’Italia nel mondo”, come direbbe il bravo barman, o il simpatico tassista, vuol proprio dire che il calcio, tra i suoi tanti pregi, non ha quello di sollecitare gli esseri umani al cimento intellettuale. I pochi politici e pensatori rimasti muti in questi giorni ci hanno guadagnato parecchio. Gli altri, quelli che hanno fatto estasiato coro a Del Piero e Materazzi, hanno quasi sempre dato l’impressione di essere o fuori luogo o fuori registro.
Come ben sanno i giornalisti sportivi, parlare di calcio a buon livello è difficile, quasi quanto giocarlo.
Nella settimana di impazzimento nazionale iniziata con Italia-Germania e conclusa con il trionfo insieme sublime e becero del Circo Massimo, si sono aperte le cateratte della retorica, in quantità tale da uccidere a distanza ogni forma di vita. Ed era diventato perfino difficile dire «voltiamo pagina», perché anche voltandola si ritrova la foto di Buffon e Cannavaro, per un totale approssimativo delle prime venticinque pagine di ogni quotidiano. Il calcio è un piacere. Se diventa un dovere, ce lo roviniamo.

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